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La Letterina n. 310 - giovedì 9 febbraio 2012

E' in distribuzione la Letterina ASASI n 310 del 9 febbraio 2012 nel formato open document  Letterina n. 310 - 9 febbraio 2012 formato open document (.odt). Qualora non riuscisse ad aprire la Letterina in tale formato, con il seguente link è possibile scaricare la letterina in formato pdf  Letterina n. 310 - 9 febbraio 2012 formato PDF (.pdf)  o in formato word 2003 (senza formattazioni e immagini) contenuta in un file .zip Letterina n. 310 - 9 febbraio 2012 formato word 2003 (.doc)

SOMMARIO

 

 

EDITORIALE 

 

INDAGINE AIMC: VALUTAZIONE DELL'INSEGNAMENTO E QUALITÀ DELLA SCUOLA

Giuseppe Luca

Valutazione e qualità nei servizi sono due temi che prepotentemente continuano a dominare la riflessione pedagogica di questi ultimi anni con risultati, purtroppo, non sempre lusinghieri.  

 

 

ATTIVITÀ asasi

 

LA PROPOSTA ASASI SULLA LEGGE REGIONALE 18 MAGGIO 2011

Roberto Tripodi

Con inizio dal giugno 2012, i Consigli d’istituto delle istituzioni scolastiche statali e paritarie della Regione possono deliberare, l’adesione alla rete di scuole istituita dalla Regione “per la promozione, valorizzazione ed insegnamento della storia, della letteratura e del patrimonio linguistico siciliano”.

 

 

NOTIZIE

 

VIAGGIO IN ITALIA - CULTURA, STORIA E PAESAGGI ITALIANI NEI LIBRI PER L’INFANZIA

La rivista “Andersen” e l’Istituto Italiano di Cultura di Tokyo

Una mostra all’Istituto Italiano di Cultura di Tokyo (3/18 febbraio), nei prossimi mesi in tour in altre città giapponesi, propone un originale “VIAGGIO IN ITALIA” attraverso 200 libri illustrati italiani per l'infanzia.

 

 

RIFLESSIONI

 

LA SCUOLA: UN GIANO BIFRONTE TRA AUTONOMIA FUNZIONALE E GERARCHIA BUROCRATICA

Pietro Perziani

Con questa riflessioni ci poniamo il problema di che cosa sia una scuola autonoma, di quale sia la sua natura giuridico/istituzionale.

 

LA LEGGE REGIONALE N° 9 DEL 31 MAGGIO 2011

Pietro Attinasi

Vorrei esternare dal mio punto di vista di cittadino orgoglioso di essere siciliano, amante del melting pot che da millenni ha caratterizzato la nostra Regione posta al centro del Mediterraneo, i punti di forza e le criticità presenti nella legge regionale sulla promozione, valorizzazione ed insegnamento della storia, della letteratura e del patrimonio linguistico siciliano nelle scuole.

 

DA SANT’AGATA UNA LEZIONE DI EDUCAZIONE

Giuseppe Adernò

In occasione della festa di S. Agata il Segretario di Stato card. Tarcisio Bertone ha celebrato il solenne pontificale nel duomo di Catania gremito di fedeli ed ha ricordato come i santi non sono soltanto persone da venerare bensì modelli da imitare.

 

LE FIGURE DI SISTEMA

Pietro Perziani

Pubblichiamo con piacere un articolo estratto da www.governarelascuola.it che ci sembra di attualità e come spunto di dibattito serio e documentato.

 

 

LETTERE ALLA REDAZIONE

 

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO

Redazione

* Cara redazione, ho letto il pezzo della letterina su MANIFESTO DELLE SCUOLE PER LA SCUOLA.

Mi preme segnalarvi che in previsione di un manifesto formalizzato, sarebbe opportuno dire prima e con lungimiranza, secondo la mia valutazione ovviamente, che il dirigente scolastico deve poter contare su uno staff…

 

 

ULTIMORA!!!

 

INTERVISTA A VINCENZO CONSOLO

Roberto Tripodi

Alla seduta spiritica dell’ASASi di questa settimana, tenuta necessariamente alla Facoltà di Lettere di Palermo, alla presenza di Lombardo, Centorrino, D’Agostino, Ruffini e Lupo è apparso Vincenzo Consolo.

 

 

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EDITORIALE

 

INDAGINE AIMC: VALUTAZIONE DELL'INSEGNAMENTO E QUALITÀ DELLA SCUOLA

Valutazione e qualità nei servizi sono due temi che prepotentemente continuano a dominare la riflessione pedagogica di questi ultimi anni con risultati, purtroppo, non sempre lusinghieri specialmente quando si confonde la valutazione con altre e diverse pratiche quali l’accreditamento, la certificazione, il controllo.

L’Associazione Italiana Maestri Cattolici (AIMC), con l’obiettivo del miglioramento della qualità della scuola e per sgomberare il campo da cattive interpretazioni e mettere a fuoco in modo preciso cosa sia la valutazione, ha coinvolto oltre 2000 docenti e dirigenti scolastici di ogni ordine di scuola in servizio in tutto il territorio nazionale, per raccogliere opinioni e/o punti di vista su tale problematica e offrire uno spazio di ascolto e confronto a chi opera quotidianamente nella scuola. La ricerca ha indagato sia l’aspetto relativo alla qualità della proposta formativa delle scuole, sia quello riferito alla professionalità di docenti e dirigenti.

Il report finale dell’indagine “Valutazione dell’insegnamento e qualità della scuola”, basata sulla valutazione del lavoro degli insegnanti, esaminato attraverso quattro campi d’indagine: Valutare perché? Valutare che cosa? Valutare come? Chi valuta? È stato presentato sabato 21 gennaio nell’ambito del Seminario nazionale “Valutazione dell’insegnamento”, che si è svolto presso il Centro nazionale AIMC a Roma.

L’indagine conferma che il concetto di valutazione è strettamente legato e funzionale al miglioramento del processo insegnamento/apprendimento anche se, come ovvio, non si debba escludere la riflessione sulle migliori norme e procedure da seguire.

Valutare perché?

Premesso che in questi ultimi anni si è acceso il dibattito sulla valutazione dell’insegnamento con diverse posizioni è stato chiesto di esprimere un’opinione a riguardo.

Appena il 9% degli intervistati ha indicato che la valutazione dell’insegnamento deve essere finalizzata a premiare, con opportuni incentivi i docenti meritevoli mentre il 44% l’ha individuata nell’obiettivo di migliorare la qualità della scuola e dell’offerta formativa che dipende, comunque, dal miglioramento della professionalità dei docenti attraverso un’efficace formazione in servizio.

Valutare che cosa?

La maggioranza degli intervistati (21%) è del parere che l’elemento primario da valutare sia la competenza didattica per gli altri sono fondamentali la relazione educativa, la competenza disciplinare e la cura della formazione professionale.

Valutare come?

Per la grande maggioranza (74%) è necessaria l’interazione tra la valutazione interna e quella esterna, favorendo, per la valutazione interna, le griglie di autoanalisi dell’attività didattica e il sistema di autovalutazione di scuola.

Sono in molti (43%), come detto, a evidenziare il collegamento tra valutazione dell'insegnamento e miglioramento dell'apprendimento degli alunni.

Chi valuta?

La risposta è quasi univoca: il 62% afferma che, chi valuta i docenti, deve essere un docente o comunque deve provenire dalla docenza, che sia un soggetto esterno non coinvolto nelle dinamiche degli istituti.

Quanto sopra è un semplice accenno ai quattro campi d’indagine tutti, però, da approfondire analiticamente se si vuole fare chiarezza sulla problematica della valutazione dell’insegnamento che, perché collegata al miglioramento dell’apprendimento degli alunni, deve rendere concreto il dettato costituzionale che punta a garantire a ogni persona pari opportunità formative.      

            Giuseppe Luca, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. ,

3334358311- 095313028

Direttore Responsabile della “Letterina”

 

 

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ATTIVITÀ asasi

 

LA PROPOSTA ASASI SULLA LEGGE REGIONALE 18 MAGGIO 2011  

 

Nel mese di giugno di ogni anno, con inizio dal giugno 2012, i Consigli d’istituto delle istituzioni scolastiche statali e paritarie della Regione possono deliberare, nel contesto degli indirizzi generali da trasmettere ai Collegi dei docenti per l’elaborazione del P.O.F. per l’anno scolastico successivo, l’adesione alla rete di scuole istituita dalla Regione “per la promozione, valorizzazione ed insegnamento della storia, della letteratura e del patrimonio linguistico siciliano”. La rete di scuole sarà destinataria delle misure relative ai Programmi Operativi Regionali e delle risorse previste dalla legislazione ordinaria regionale per l’educazione permanente degli adulti.

I collegi dei docenti, nel mese di settembre dell’anno scolastico successivo, nell’ambito della redazione e approvazione del P.O.F., definiranno i seguenti moduli didattici con i relativi piani di lavoro annuali, e le unità di apprendimento:

a) per le I classi della scuola primaria: i giochi dell’infanzia tipici della tradizione siciliana le nenie, le filastrocche e i canti.

b) per le II classi della scuola primaria: Le tradizioni popolari con riferimento al culto dei morti e alla fiaba siciliana (dalla fiaba di magia alle storie di Giufà).

c) per le III classi della scuola primaria: l’opera dei Pupi e “I Cuntastorie”.

d) per le IV classi della scuola primaria: elementi della cultura etnografica siciliane con particolare riferimento alla cultura materiale e museale.

e) per le V classi della scuola primaria: Elementi di grammatica, lessicali e fonetici della lingua siciliana.

f) per le I classi della scuola secondaria di I grado: La storia siciliana dal periodo Ellenistico - Romano alla dominazione araba.

g) per le II classi della scuola secondaria di I grado: La storia siciliana dal periodo Normanno alla dominazione Aragonese.

h) per le III classi della scuola secondaria di I grado: La storia siciliana dal Regno delle due Sicilie all’Unità d’Italia, con particolare riferimento all’impresa dei Mille.

i) per le prime classi della scuola secondaria di secondo grado: La storia siciliana dalla prima guerra mondiale alla nascita dell’autonomia siciliana. Lo Statuto della Regione siciliana.

l) per le II classi della scuola secondaria di II grado: La storia della lotta alla mafia dalle società segrete dell’800 ai nostri giorni.

m) per le III classi della scuola secondaria di II grado: La letteratura siciliana dalla Scuola poetica siciliana con Jacopo da Lentini (prima poesia in volgare in Italia e momento altissimo della corte di Federico II) a Giovanni Meli.

n) per le IV classi della scuola secondaria di II grado: La letteratura siciliana da Luigi Capuana a Nino Martoglio, da Giovanni Verga a Luigi Pirandello.

o) per le V classi della scuola secondaria di II grado: La letteratura siciliana da Salvatore Quasimodo a Giuseppe Tomasi di Lampedusa, da Leonardo Sciascia a Vincenzo Consolo.

 

Roberto Tripodi, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. , 3473904596

Presidente regionale ASASI

Consulente della V Comm. Legisl. A.R.S.

  

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NOTIZIE

 

VIAGGIO IN ITALIA - CULTURA, STORIA E PAESAGGI ITALIANI NEI LIBRI PER L’INFANZIA

 

Una mostra all’Istituto Italiano di Cultura di Tokyo (3/18 febbraio), nei prossimi mesi in tour in altre città giapponesi, propone un originale “VIAGGIO IN ITALIA” attraverso 200 libri illustrati italiani per l’infanzia che offrono spunti e suggestioni intorno alla cultura, l’arte, gli stili di vita, la cucina, la famiglia, gli spazi della socialità dei bambini, le grandi città, il rapporto con il mare, la cultura contadina, le tradizioni popolari, i giochi. Ciascun libro diventa, così, la tessera di un puzzle che compone un inedito ritratto del Bel Paese, raccontato con la sensibilità e la creatività degli autori italiani per ragazzi.

L’iniziativa, progettata dalla rivista Andersen e promossa dall’Istituto Italiano di Cultura di Tokyo sotto gli auspici del Centro per il Libro e la Lettura del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, con la collaborazione di 50 editori italiani, sarà una nuova occasione per valorizzare la creatività italiana applicata alla cultura dell’infanzia: dalla narrativa all’illustrazione, dalle opere di divulgazione alle guide turistiche progettate a misura di bambino, attraverso le opere di grandi artisti già molto noti e apprezzati in Giappone, come Bruno Munari, Gianni Rodari e Emanuele Luzzati fino agli autori emergenti di fama internazionale, passando per i più bei nomi della letteratura e dell’illustrazione di oggi.

L’attenta selezione delle 200 opere in mostra - suddivise in 12 sezioni tematiche - è stata compiuta dalla redazione del mensile Andersen (www.andersen.it), che da oltre trent’anni osserva e commenta il panorama editoriale per l’infanzia, attraverso le pagine della rivista e il premio (www.premioandersen.it) assegnato annualmente ai migliori libri pubblicati in Italia. “La mostra è un invito a conoscere l’Italia da una nuova prospettiva - dice Barbara Schiaffino, direttore di Andersen e curatrice della mostra insieme a Anselmo Roveda - un invito che vorremmo estendere prossimamente in Europa, senza considerare quanto sarebbe opportuno anche per noi italiani ricevere alcune di queste ‘cartoline’ dal nostro Paese, capaci a volte di raccontarci più fedelmente il nostro passato e il presente, fuori dai soliti luoghi comuni. Fra tutte, le splendide tavole di Paolo d’Altan che illustrano l’inno nazionale per un albo pubblicato lo scorso anno da Rizzoli; l’affresco lucido e disincantato della nostra società nel corso del Novecento attraverso le trasformazioni di un casolare di campagna, nel capolavoro di Roberto Innocenti “Casa del Tempo”; e ancora i vivi ritratti di infanzia e famiglia creati dal segno veloce e vibrante di Alessandro Sanna per libri per i più piccoli, così distanti dall’immagine stereotipata e patinata di tanta comunicazione pubblicitaria”.

“L’impegno dell’Istituto nella promozione della letteratura italiana per bambini, considerato il grande interesse che riscontra in Giappone, va avanti da tempo - afferma il direttore dell’IIC di Tokyo, Umberto Donati - a partire dalle mostre promosse nel 2008 e nel 2009 per passare alla collaborazione editoriale con Reggio Children, senza trascurare l’ampio spazio da noi dedicato a questo settore durante la Tokyo International Book Fair anche grazie alla costante collaborazione avviata con la rivista Andersen”.

Un impegno che acquista particolare importanza anche in vista dell’approssimarsi della Fiera Internazionale del Libro per Ragazzi di Bologna (19/22 marzo), dove l’interesse degli editori giapponesi per i libri italiani potrebbe concretizzarsi in interessanti coedizioni e acquisto diritti.

Dopo l’allestimento a Tokyo (3/18 febbraio), la mostra sarà esposta all’Istituto Italiano di Cultura di Osaka (7/17 maggio) e alla Zou-No-Hana Terrace nel porto antico di Yokohama (22 maggio/1 giugno). In tutte le tappe del tour verranno allestiti momenti di laboratorio e incontri con autori italiani e giapponesi.

Per informazioni: http://www.iictokyo.esteri.it/ http://www.andersen.it/

 

La rivista ANDERSEN e

l’Istituto Italiano di Cultura di Tokyo

 

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RIFLESSIONI

 

LA SCUOLA: UN GIANO BIFRONTE TRA AUTONOMIA FUNZIONALE E GERARCHIA BUROCRATICA

 

Con questa riflessioni ci poniamo il problema di che cosa sia una scuola autonoma, di quale sia la sua natura giuridico/istituzionale.

La situazione è rimasta sostanzialmente immutata dal 2000; la scuola ci appare come un Giano Bifronte, sia nei suoi rapporti con l’esterno, che al suo interno.

La scuola da una parte è autonomia funzionale in campo organizzativo e didattico, dall’altra terminale del MIUR in campo amministrativo; lo stesso possiamo dire se rivolgiamo lo sguardo all’interno dell’istituzione scolastica.

La gestione di una qualsiasi istituzione si basa sulla sua struttura organizzativa, ma la scuola è forse l’unico caso di una istituzione che non ha ... organizzazione!

Non considerando la struttura amministrativa e di servizio, che ha una propria logica di natura ministeriale, va notato che nella scuola non esiste una catena di comando/gestione che vada dal vertice alla base per gradi intermedi (struttura di line, in termini sociologia dell’organizzazione), né esiste una struttura di staff formalizzata, che operi istituzionalmente a lato del dirigente: si va direttamente dal vertice alla base, dal dirigente al singolo docente o dal dirigente al Collegio dei Docenti, di cui per di più il dirigente fa parte, sia pure come presidente.

I collaboratori del dirigente dovrebbero costituire la struttura di line, ma così non è, perché non hanno una definizione istituzionale; i collaboratori operano sulla base di una delega, che può essere più o meno ampia o addirittura può anche non essere rilasciata: il D.Lgs 165/2001 dice che il dirigente può avvalersi di alcuni collaboratori, per cui un dirigente potrebbe anche non nominare alcun collaboratore e rimanere da solo a gestire la scuola.

Pian piano, si è venuta formando nella scuola una specie di struttura di staff, non gerarchica e non formalizzata, molto simile a quella che caratterizza i gruppi definiti goals organization, gruppi cioè non strutturati e creati ad hoc per raggiungere uno specifico obiettivo.

Nella scuola ne abbiamo vari esempi, quali le commissioni di lavoro o i gruppi di progetto, lo stesso Collegio dei Docenti è un gruppo di scopo; questo tipo di strutture hanno carattere temporaneo, nascono e si autorganizzano per raggiungere un obiettivo, poi si sciolgono.

È chiaro che la elaborazione, la programmazione, la gestione della didattica si deve basare su una organizzazione molto vicina al modello delle goals organization; se però questo modello viene esteso alla gestione dell’istituzione-scuola, allora nascono i problemi: le funzioni di indirizzo, di controllo, di organizzazione si confondono con quelle di elaborazione e gestione della didattica.

Ecco di nuovo il Giano Bifronte: una istituzione inserita in una rigida struttura burocratica che deve funzionare come un gruppo di scopo!

Questa complessità, questa natura duale della scuola autonoma è senz’altro all’origine delle aporie che ne hanno segnato la nascita nel 2000 e che sono rimaste irrisolte fino ad oggi; ma questo non vuol dire che non debbano essere affrontate.

In questo numero della Rivista, approfondiremo in un articolo la questione delle figure di sistema, non solo e non tanto per l’importanza che la questione riveste in sé, ma perché indice di questa natura “duale” che non si ha la forza di affrontare.

La strutturazione di una linea di gestione/comando viene infatti percepita come confliggente con il concetto di autonomia funzionale, intesa essenzialmente come auto-organizzazione della didattica da parte di un corpo professionale che, abbiamo detto, si esprime come gruppo di scopo non strutturato e non gerarchizzato.

Di più: viene percepita come confliggente con il concetto stesso di “comunità educante”, già ferito dall’attribuzione della dirigenza ai Capi di Istituto che però, finché rimangono soli, possono continuare ad essere sostanzialmente i Presidenti del Collegio dei Docenti.

Eppure, una soluzione va trovata, tanto più che con le ultime manovre estive un altro elemento di complessità si è aggiunto, questa volta di natura quantitativa: la dimensione sempre maggiore che le scuole andranno ad assumere, soprattutto nel primo ciclo.

Ricordiamo che dal prossimo anno scolastico, a parte le situazioni particolari legate alla natura del territorio, un istituto comprensivo dovrà avere almeno 1.000 alunni ed in ogni caso una scuola con meno di 600 alunni non avrà il Dirigente e il DSGA; in questo momento, non è ancora possibile sapere quanto la realtà si avvicinerà a questi numeri, ma certo la linea di tendenza è questa.

Ha destato scalpore la posizione di Stefano Stefanel, che si è permesso di dire che “piccolo non è bello”, ma è certo che nelle condizioni attuali i problemi del Giano Bifronte rischiano di ingigantirsi.

Nel suo recente Congresso, l’ANP ha affrontato la questione dal punto di vista della professione del dirigente, della necessità di ripensarla nella nuova situazione dei maxi-istituti; basti dire che le scuole avranno una media sei plessi, senza voler considerare gli altri fattori di complessità.

Rembado nella sua relazione introduttiva dice “Noi siamo stati da sempre abituati a considerare come normale la correlazione: un dirigente per ogni scuola”; questa correlazione non regge più, la gestione personalistica della scuola deve far posto ai metodi di gestione di una struttura complessa di grandi dimensioni, al “controllo formalizzato e a distanza, sull’organizzazione di routine e su strutture di controllo “automatico” dei processi”.

In effetti, la scuola autonoma non potrà mai avere una struttura organizzativa formale, rigida, fatta di uffici/strutture interrelati tra loro in modo gerarchico e funzionale, la scuola si è da decenni organizzata in base a degli organi di governo, collegiali e monocratici, definiti nei loro connotati fondamentali dai Decreti Delegati del 1974 e rimasti sostanzialmente immutati anche dopo l’attribuzione alle scuole dell’autonomia funzionale in campo organizzativo e didattico.

L’organizzazione fatta di organi di governo e non di uffici è una caratteristica legata alla natura di Giano Bifronte propria della scuola, che non può certo essere ingabbiata in una struttura rigida di tipo ministeriale, per cui questa sua caratteristica è destinata a rimanere, a parte naturalmente la struttura amministrativa e di servizio.

Ora, l’attribuzione della dirigenza ai capi di Istituto è forse l’unica vera novità in campo organizzativo rispetto alla situazione pre-autonomistica; la mancata riforma degli OO.CC. e la mancata istituzione del middle management, a parte il DSGA che ha però una funzione ben delimitata nel campo amministrativo e dei servizi generali, hanno fatto della figura dirigenziale praticamente l’unico punto di riferimento della scuola autonoma.

Non è quindi solo la professione del dirigente che deve cambiare, è la struttura dell’istituzione-scuola che va ripensata e ridefinita, va risolto il problema del Giano Bifronte, ridefinendo gli organi di governo della scuola, collegiali e monocratici, in particolare affrontando con determinazione anche la questione del middle management.

 

Pietro Perziani, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. , 3287305659 direttore di GLS www.governarelascuola.it

past president della FNASA

 

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LA LEGGE REGIONALE N° 9 DEL 31 MAGGIO 2011

 

Vorrei esternare dal mio punto di vista di cittadino orgoglioso di essere siciliano, amante del melting pot che da millenni ha caratterizzato la nostra Regione posta al centro del Mediterraneo, i punti di forza e le criticità presenti nella legge regionale sulla promozione, valorizzazione ed insegnamento della storia, della letteratura e del patrimonio linguistico siciliano nelle scuole.

I punti di forza della legge sono: rafforzare il Sentimento (con la S maiuscola) di identità regionale;

“sviluppare una speciale sensibilità nei confronti di una cultura dialettale declinante”, tentare un approccio nuovo verso le problematicità di sempre del nostro contesto regionale, rileggere la centralità mediterranea come condizione culturale della nostra identità regionale.

L’impostazione metodologico - didattica suggerita è basata sulla laboratorialità e sul protagonismo degli studenti. Mentre gli stessi contenuti disciplinari, al di là dell’ispirazione di fondo, sono meritevoli di buona considerazione. Nella legge poi troviamo che: “la Regione promuove la valorizzazione e l’insegnamento della storia, della letteratura e del patrimonio linguistico siciliano nelle scuole di ogni ordine e grado”.

I punti di debolezza - criticità: un richiamo fuori luogo al localismo nella sua accezione negativa. Tale richiamo, inserito già al secondo rigo della Premessa, potrebbe significare una implicita diffidenza nei confronti della legge stessa, che sembrerebbe essere quasi demonizzata, perché potenzialmente foriera di razzismo. Mentre nessun intento di esaltazione “etnica” è ravvisabile nella legge. Risulta molto limitante l’assunto che “la cultura regionale” (la storia, le vicende linguistiche, la letteratura) debba essere necessariamente essere “considerata come parte integrante della storia (sociale, linguistica, letteraria) d’Italia”.

Integrante della storia d’Italia? Ma non dovrebbe succedere esattamente il contrario nell’ottica del principio della sussidiarietà? Non si dovrebbe cominciare l’insegnamento della storia dal più vicino, e quindi dalla storia regionale, da integrare con la storia delle altre regioni limitrofe, allargando lo sguardo al tempo passato dello spazio nazionale, europeo, mondiale?

La storia d’Italia non sarebbe dunque essa da considerare come parte integrante di quella siciliana, e non viceversa, come affermano le Indicazioni Assessoriali (le quali hanno, non dimentichiamolo, lo stesso valore delle Linee guida ministeriali emanate per la quota del curricolo nazionale)?

La riflessione linguistica, la grammatica del dialetto in sé, che andrebbe considerato come lingua madre parlata da gran parte dei ragazzi siciliani, magari quelli che sono destinatari della cosiddetta lotta alla dispersione scolastica, è assente o scoraggiata nei Programmi Assessoriali. Il dialetto viene tutt’al più inteso come generica variante dell’italiano regionale.

Ma perché nella Regione Autonoma di Sicilia non si può fare quello che, tranquillamente e senza rischio di essere additata nazionalista o razzista, nella Comunida Autonoma de Catalunya, si fa? Perché noi siciliani dovremmo vergognarci della nostra identità linguistica?

Può esistere una identità regionale o nazionale senza l’amore e la libera pratica della propria lingua? Chiedetelo al grande poeta Ignazio Buttitta.

Dalla formazione dei formatori, non possono essere esclusi i contributi che possono apportare gli esperti docenti e dirigenti delle stesse scuole autonome siciliane, con le loro pregevoli esperienze in materia in tanti anni e decenni di laboratori attivati nell’ambito dell’ampliamento dell’offerta formativa, con il semplice utilizzo delle quote di curriculo loro riservate dalla legge nazionale, né può essere escluso lo stesso Ufficio Scolastico Regionale, con i suoi Dirigenti Tecnici.

La produzione dei libri di testo non può essere affidata in esclusiva alle Università siciliane, né la Regione può circoscrivere i propri finanziamenti solo alle stesse o alle Istituzioni cosiddette qualificate. Libera deve essere la ricerca e libera la produzione libraria, senza pregiudizi, né incanalamenti preventivi della spesa. Bisogna lasciare libera l’adozione di libri di testo per questa quota di curricolo locale - regionale, esattamente allo stesso modo dell’adozione dei testi del curricolo nazionale. Non è che la legge siciliana vuole intaccare la Libertà di insegnamento tutelata dalla Costituzione. Sarebbe davvero il colmo. Ma ciò non è. Il Minculpop è ormai datato.

Quanto alla dizione con cui designare la materia di insegnamento, non può essere presa sul serio l’espressione “Lingua e Storia in Sicilia”: infatti, quale lingua? L’italiano, l’inglese, il latino, il greco, l’arabo, il cinese? Ma questo già si fa: nelle scuole siciliane già si insegna lingua e storia ...

Scusate, ma bisogna essere chiari nella comunicazione, senza alcuna ambiguità! E allora poiché in orario settimanale usiamo scrivere italiano, latino, matematica, scienze, costruzioni, disegno; scriveremo anche con coraggio, senza tentennamenti, e … senza vergogna: siciliano.

 

Pietro Attinasi, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

 

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DA SANT’AGATA UNA LEZIONE DI EDUCAZIONE 

 

In occasione della festa di S. Agata il Segretario di Stato card. Tarcisio Bertone ha celebrato il solenne pontificale nel duomo di Catania gremito di fedeli ed ha ricordato come i santi non sono soltanto persone da venerare bensì modelli da imitare.

La figura e la storia della giovane Agata è stata presentata nell’attualità per il mondo d’oggi ed in particolare in dialogo con i giovani che vanno alla ricerca di ideali e di punti fermi di riferimento.

Nel suo accorato discorso ha centrato il tema sulla carenza di educazione e sulla crisi delle famiglie.

Il male oscuro che corrode la gioventù, quasi un’ospite inquietante che penetra nelle loro anime, è il nichilismo, il senso del nulla, ha detto il card. Bertone e la risposta che gli educatori adulti dovrebbero saper dare è quella di un chiaro riferimento ai valori alti e una giusta correlazione tra libertà e verità.

La giovane Agata, che nel nome porta un messaggio di bontà, ha incarnato i segni della vita buona

rendendosi un modello credibile e attuale ancora oggi.

L’appello del Cardinale Segretario di Stato è una vera “sfida educativa” perché la famiglia riconquisti il ruolo educativo e perché tutte le altre agenzie formative, dalla scuola alle associazioni, guidino i giovani nella ricerca dei valori essenziali, è risuonato come un forte monito per i tanti giovani devoti con il sacco bianco, segno di devozione ed ora anche impegno di coerenza.

Oggi “c’è tanto bisogno di famiglia. Per i genitori l’educazione è compito essenziale, una missione connessa alla trasmissione della vita, un compito originale e primario. Molti genitori soffrono oggi di solitudine, inadeguatezza, impotenza e per questo occorre un’autorevolezza in grado di sostenere le decisioni fondamentali … di educare i giovani alla libertà, alla capacità di discernere il bene dal male e di restituire loro la capacità di sognare, di spendersi per la loro felicità”.

La vera crisi della società, infatti non è quella economica, anche se appare manifesta e diffusa, bensì quella educativa che ricerca modelli di educatori esemplari e contesti educativi sani.

La vocazione cristiana di Agata è maturata in una famiglia “nobilissima” e non solo per le ricchezze della condizione sociale, bensì per la corretta educazione cristiana impartita ai figli.

La scuola è il luogo privilegiato dell’educazione, e collaborando, a volte sostituendosi alla famiglia completa il processo di istruzione e di formazione integrale dell’uomo e del cittadino.

Una buona scuola è espressione di una società sana e questo non è soltanto un buon proposito legato alla festa religiosa della Santa Patrona, ma deve restare un monito per tutti i giorni dell’anno.

Nonostante l’inclemenza del tempo, la pioggia ed il freddo, la solennità dei festeggiamenti agatini ha consentito a tantissimi giovani di incontrarsi con il volto dolce e buono della martire Agata.

Quando stamane al termine della festa, nonostante i disguidi e i contrasti tra i devoti, il busto reliquario è stato conservato nel sacello, che i catanesi amabilmente chiamano la “cameretta”, l’espressione del volto della Santa sembrava triste e nel cuore dei catanesi è rimasto forte il desiderio della prossima festa per incontrare ancora la “santuzza”.

 

Giuseppe Adernò, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. 349.5608663

Presidente provinciale ASASI Catania

Preside dell’I.C. “G. Parini”, Via Quasimodo, 3

95126 CATANIA 095.497892 - FAX 095.4032652

 

 

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LE FIGURE DI SISTEMA

Il comma 16 dell’art. 21 della Legge 59/1997, dice:

Nel rispetto del principio della libertà di insegnamento e in connessione con l’individuazione di nuove figure professionali del personale docente, ferma restando l’unicità della funzione, ai capi d’istituto è conferita la qualifica dirigenziale contestualmente all’acquisto della personalità giuridica e dell’autonomia da parte delle singole istituzioni scolastiche”.

Si tratta del comma che attribuisce la qualifica dirigenziale ai Capi d’Istituto, che tutti conoscono, ma nessuno ricorda più che nel testo è contenuta una disposizione molto precisa: la dirigenza viene istituita “in connessione con l’individuazione di nuove figure professionali del personale docente”, con la precisazione che va preservata l’unicità della funzione docente.

La norma è molto chiara: insieme all’attribuzione della dirigenza ai Capi di Istituto, vano istituite delle figure che sostituiscano i collaboratori del Preside/Direttore Didattico previsti dai Decreti Delegati e pienamente operanti fino all’autonomia scolastica.

Come tutti sanno, la legge 59/1997 era una legge-delega, che ha dato origine a diverse norme secondarie; le disposizioni riguardanti la dirigenza delle istituzioni scolastiche sono entrate a far parte del D.Lgs 165/2001; all’art. 25, comma 5, si dice:

Nello svolgimento delle proprie funzioni organizzative e amministrative il dirigente può avvalersi di docenti da lui individuati, ai quali possono essere delegati specifici compiti, ed è coadiuvato dal responsabile amministrativo, che sovrintende, con autonomia operativa, nell’ambito delle direttive di massima impartite e degli obiettivi assegnati, ai servizi amministrativi ed ai servizi generali dell’istituzione scolastica, coordinando il relativo personale”.

Le nuove figure professionali sono scomparse, si parla genericamente di “docenti da lui individuati”, di cui il Dirigente “può avvalersi” ai quali “possono essere delegati specifici compiti” in un ambito ben preciso, “nello svolgimento delle proprie funzioni organizzative e amministrative”; riprenderemo la questione a breve, qui vogliamo sottolineare che la delega è stata stravolta, siamo al limite della legittimità.

Non solo: viene aggiunta tutta una parte che riguarda il responsabile amministrativo, che nella Legge non viene nemmeno menzionato, anche in questo caso siamo al limite della legittimità, per eccesso di delega. Diciamo la verità: è un autentico pastrocchio; sin dall’inizio, si capisce che le nuove figure professionali risultano del tutto indigeste ai “poteri forti” della scuola, a cominciare dai sindacati, mentre la figura del futuro DSGA gode, almeno in questo primo momento, di una buona considerazione.

Per la verità, questa ostilità verso quelli che il Codice Civile definisce “quadri” non riguarda solo la scuola, ma tutta la pubblica amministrazione; va detto che anche nel privato non è stato facile introdurli.

Successivamente, la Legge 15 luglio 2002 n. 145 (Legge Frattini), all’art. 7 ha introdotto nella pubblica amministrazione qualcosa di equivalente alla qualifica di “quadro”, cioè l’area della vice dirigenza; il fatto è che la Legge ha demandato alla contrattazione collettiva la definizione delle modalità operative, per cui non se ne è fatto niente, nonostante queste norme avessero chiaramente il carattere dell’inderogabilità e dell’obbligatorietà, rimandando alla contrattazione solo la disciplina delle modalità istitutive.

Né l’Amministrazione, però, né le OO.SS. se ne sono date per inteso e la vice dirigenza non è stata istituita; di conseguenza, sono iniziati i ricorsi al Giudice del Lavoro e ci sono state diverse sentenze a favore dei ricorrenti.

Non solo … La Comunità Europea, con vari atti di indirizzo, ha già più volte censurato il comportamento dell’Italia, in quanto unica in Europa a non aver previsto l’area dei quadri nel comparto pubblico.

Per “porre rimedio” ai pronunciamenti dei Giudici del Lavoro a favore dei dipendenti pubblici, le norme della Legge Frattini sono state riprese dalla Legge 15/2009, all’art. 8, comma 1, nella forma di interpretazione autentica dell’articolo 17-bis del D.Lgs 165/2001; di fatto, l’interpretazione autentica stravolge la legge originaria, perché, seppure in modo alquanto contorto, dice che la vice dirigenza esiste solo se istituita in sede contrattuale; il Tribunale di Roma in una sentenza ha disapplicato la norma appena citata e ha ripristinato la primitiva formulazione della Legge Frattini.

Tutte le norme sopra riportate sulla vice dirigenza riguardano in prima battuta il comparto dei Ministeri, pur essendo prevista la possibilità di una estensione alle altre amministrazioni pubbliche; non sono mai esistite norme specifiche per la scuola.

La questione è stata affrontata nel DDL 953/98 presentato alla camera dei deputati dall’On. Aprea; a parte alcuni riferimenti alle figure di sistema contenuti nell’art. 17 che riguarda la carriera dei docenti, nell’art. 18 viene esplicitamente prevista l’introduzione della vice dirigenza nella scuola; due i punti fondamentali, oltre naturalmente all’istituzione della figura:

- il vice dirigente è sovraordinato gerarchicamente rispetto ai docenti

- alla vice dirigenza si accede per concorso.

Per la prima volta, siamo in presenza non di una semplice articolazione della funzione docente, ma di una vera e propria figura a se stante, che ha specifiche funzioni e competenze;purtroppo, la discussione del DDL si è bloccata per due anni ed è ripresa solo il mese scorso; piccolo particolare: nel nuovo testo unificato presentato dal relatore, l’istituzione della Vice Dirigenza è scomparsa, mentre è rimasta la cosiddetta carriera docente.

Viene da dire: non c’è speranza! Va chiarito che “carriera docente” e “figure di sistema” sono due cose ben diverse, non per caso in inglese si parla di “middle management”; nessuno mette in dubbio la necessità di una carriera per i docenti, qui si sta parlando della struttura organizzativa della scuola autonoma, di “organi” che abbiano specifiche competenze, di funzioni riconducibili alla figura del “quadro” presente nel Codice Civile;nella scuola c’è un’unica figura di questo tipo, il DSGA; esistono poi altre figure, di natura non ben definita, i collaboratori del dirigente e il docente vicario.

IL DSGA

Ripartiamo dall’art. 25, comma 5, del D.Lgs 165/2001:

Nello svolgimento delle proprie funzioni organizzative e amministrative il dirigente può avvalersi di docenti da lui individuati, ai quali possono essere delegati specifici compiti, ed è coadiuvato dal responsabile amministrativo, che sovrintende, con autonomia operativa, nell’ambito delle direttive di massima impartite e degli obiettivi assegnati, ai servizi amministrativi ed ai servizi generali dell’istituzione scolastica, coordinando il relativo personale”.

Per prima cosa, va notato che il DSGA “coadiuva il dirigente”, anche lui è quindi un collaboratore del dirigente, non per niente è inserito nello stesso contesto in cui vengono previsti i docenti/collaboratori; come al solito, siamo in un ambito personalistico, più che in un ambito organizzativo/funzionale; il DSGA, però, è una figura istituzionale, al contrario dei collaboratori, ed ha una propria autonomia di natura operativa nella gestione dei servizi generali ed amministrativi della scuola.

Il Dsga è quindi un Capo-Uffico, che agisce in base alle “direttive di massima” del Dirigente; siamo senz’altro in presenza di una figura Vice-Dirigenziale, o di un quadro, se vogliamo parlare in termini di Codice Civile; per la verità, in qualsiasi altra Amministrazione diversa dalla scuola si tratterebbe di una figura dirigenziale, ma questa è un’altra storia …

Non interessa qui procedere ad una minuziosa descrizione delle competenze del DSGA, basti ricordare che ha compiti ben precisi in campo amministrativo e contabile, che è consegnatario dei beni di proprietà della scuola, che può produrre certificati e che può assumere ulteriori incarichi su delega del Dirigente, come quello di responsabile della privacy.

Di fatto, al vertice della scuola autonoma abbiamo una specie di diarchia, anche se le competenze, le prerogative e le responsabilità del Dirigente e del DSGA sono ben diverse e le due figure non possono certo essere messe sullo stesso piano; in un ambiente senza struttura organizzativa, basato su rapporti informali, la quasi-diarchia rischia però di trasformarsi in rivalità o incomprensione e quindi in cattiva gestione.

L’esperienza insegna che questo avviene con troppa frequenza, così come è frequente la difficoltà di rapporti tra DSGA e Collaboratori del Dirigente, Docente Vicario in particolare.

Bisogna avere ben chiaro che la mancanza di una chiara, definita struttura organizzativa non facilita la gestione della scuola autonoma, anzi la rende più problematica, perché è facile passare dal rapporto gerarchico/funzionale a quello personale e la gestione di una struttura complessa come la scuola non si può fondare sui “personalismi”, come purtroppo accade oggi e come ben vedremo parlando dei collaboratori del dirigente e del docente vicario in particolare.

I COLLABORATORI DEL DIRIGENTE

Facciamo un’analisi delle diverse figure di collaborazione del dirigente distinguendole in base alla loro “origine normativa”, lasciano a sé la figura del docente vicario.

Le figure di origine legislativa

I Decreti Delegati del 1974 istituiscono le figure dei Collaboratori del preside o del direttore didattico; le norme dei Decreti sono riprese dal D.Lgs 297/94, il “Testo Unico delle disposizioni legislative in materia di istruzione”.

Nell’articolo dedicato al Collegio dei Docenti e alle sue competenze, si dice:

- il Collegio elegge i docenti incaricati di collaborare con il capo di istituto

- il numero varia, da 1 a 4, a seconda del numero di alunni della scuola

- uno dei docenti eletti sostituisce il capo di istituto in caso di assenza o impedimento.

Esistevano anche delle figure specifiche, come il fiduciario di plesso o il responsabile di sezione staccata.

La questione dei “Collaboratori del Dirigente”, come detto, viene ripresa dalla Legge 59/1997, con le modalità alquanto strane di cui abbiamo già parlato; all’inizio, la discussione si è incentrata su chi doveva nominare i collaboratori, eletti dal Collegio o scelti dal Dirigente; ci è voluto un parere del Consiglio di Stato per mettere pace.

Secondo questo parere, il Dirigente sceglie i suoi collaboratori per quanto attiene alla gestione della scuola, mentre il Collegio continua a designarli per quanto attiene alla didattica; questa seconda parte è caduta nel dimenticatoio, dato che nel frattempo sono state istituite per via contrattuale le funzioni obiettivo, poi ridenominate funzioni strumentali.

Quando si parla di collaboratori del dirigente, va sottolineato che si tratta di un potere discrezionale: il dirigente potrebbe anche non esercitare la delega e quindi non nominare alcun collaboratore, oppure nominarlo solo in determinate occasioni e con compiti circoscritti e limitati nel tempo.

Per ultimo, tanto per ingarbugliare un altro poco la situazione, dobbiamo ricordare che, oltre ai collaboratori del dirigente, esistono anche delle figure previste da specifiche norme legislative, quali i responsabili per la sicurezza o gli incaricati della tutela della privacy.

Le figure di origine contrattuale

Il primo CCNL di comparto, all’art. 38, comma 7, riprende addirittura le “figure di sistema”, almeno a livello terminologico, viste come articolazione della funzione docente ad ampio spettro; nei contratti successivi vengono introdotte prima le “funzioni obiettivo”, poi le “funzioni strumentali”; prendiamo in esame il contratto vigente, dove in due articoli si parla delle funzioni strumentali e dei collaboratori del dirigente.

L’art. 33 è rubricato “Funzioni strumentali al Piano dell’Offerta Formativa”; il Collegio (siamo quindi nell’ambito collegiale della funzione docente) identifica le funzioni utili/necessarie per la realizzazione del POF e le affida ad alcuni docenti, stabilendo i criteri in base a cui viene effettuata l’attribuzione; le funzioni strumentali vengono remunerate attingendo ad un apposito budget, facente parte del FIS, e gli importi spettanti ad ognuna vengono definiti in sede di contrattazione di istituto.

L’art 34 è rubricato “Attività di collaborazione del dirigente scolastico”: è una dizione molto generica, che tornerà “utile”, come vedremo a breve; il testo è alquanto contorto; comunque, questi sono i punti essenziali:

- si fa riferimento al D.Lgs 165/2001, art. 25, comma 5; naturalmente, la disposizione di legge è fonte superiore rispetto al contratto e il contratto ne prende correttamente atto

- viene di conseguenza normata solo la questione dei compensi economici dei collaboratori, premettendo un inciso molto significativo: “in attesa che i connessi aspetti retributivi siano opportunamente regolamentati attraverso gli idonei strumenti normativi”; si richiede una normativa specifica (nonché i relativi finanziamenti…) per il pagamento dei collaboratori del dirigente, anche se non si capisce come si possa affrontare la questione economica se a monte non si definisce la questione giuridica.

- possono essere retribuiti solo due collaboratori, a carico del FIS; naturalmente, gli importi vanno definiti in sede di contrattazione di istituto.

Il contratto non dice che il Dirigente può nominare solo due collaboratori, sarebbe stato troppo, dice però che se ne possono retribuire due soli; di conseguenza, il Dirigente può nominare per legge un certo numero di collaboratori, ma di questi per contratto solo due possono essere retribuiti; siamo in presenza di una vistosa anomalia, quella di una prestazione lavorativa aggiuntiva che non sarebbe retribuita; per risolvere il problema, si è ricorsi ad un escamotage, di cui abbiamo parlato in un altro articolo della Rivista.

Per quanto riguarda della remunerazione del docente vicario in quanto tale, il Contratto non ne parla; naturalmente, vale il riferimento all’art.25 del D.Lgs 165/2001 e dovrebbe essere pacifico che uno dei due collaboratori retribuiti con il Fis è appunto il docente con funzioni vicarie.

Nel Contratto sono invece presenti le indennità spettanti al docente vicario in caso di sostituzione del dirigente.

IL DOCENTE VICARIO

La questione del docente vicario è emblematica della “confusione organizzativo/istituzionale” che caratterizza la scuola autonoma.

Come già detto, nella situazione pre-autonomistica, la situazione era chiara: ogni scuola aveva dei collaboratori ed uno di questi sostituiva il dirigente in caso di assenza od impedimento; si trattava di figure istituzionali, previste da una norma a carattere precettivo, senza possibilità di eccezioni, al punto che in assenza di docenti collaboratori la funzione vicaria veniva esercitata dal docente con più anzianità di ruolo.

Con l’autonomia e la dirigenza, la situazione è profondamente cambiata, come detto il D.Lgs 165/2001 parla di una possibilità, non di un obbligo, da parte del dirigente di nominare dei collaboratori, per cui potrebbe anche succedere che il dirigente non nomini alcun collaboratore.

Inoltre, trattandosi di una nomina discrezionale, il collaboratore, ivi compreso il vicario, agisce sulla base di una delega del dirigente, delega che può essere più o meno ampia; di conseguenza, in caso di assenza del dirigente il vicario può trovarsi a non poter compiere determinati atti, pure necessari per l’ordinario funzionamento di una scuola.

Per capirsi: se nella delega non è prevista la possibilità di assumere impegni di spesa e il dirigente si ammala per un mese, come può la scuola in quel periodo comprare la carta igienica?

In generale, è di tutta evidenza che una scuola non può rimanere senza responsabile legale per periodi più o meno lunghi, tanto è vero che nella prassi la presenza del docente vicario è data per scontata, al punto che nelle scuole più grandi ne è previsto l’esonero dall’insegnamento, con conseguente aggravio di spesa.

Il culmine è stato forse recentemente raggiunto in Sicilia; dato che l’USR non ha proceduto ad assegnare le reggenze prima dell’inizio dell’anno scolastico, ha emanato via e-mail una circolare con cui si conferiva al docente vicario l’incarico di gestire la scuola fino alla nomina del reggente.

Si potrebbe dire: va bene, è una forzatura, ma insomma … Il fatto è che l’incarico è stato conferito al docente vicario dell’anno scolastico precedente, per il semplice motivo che quello per il corrente anno scolastico non era stato ancora nominato dal dirigente a sua volta non ancora nominato…Kafka, al confronto, era un dilettante! Ulteriore perla: la docente che ha segnalato allo scrivente questa assurda situazione non riceve il pagamento delle indennità a lei spettanti da circa quattro anni, questa docente cioè è in credito con lo Stato per circa 50.000 euro!

Negli ultimi tempi ci si è concentrati su questo aspetto della questione, il mancato pagamento delle indennità, che naturalmente per gli interessati è la questione più rilevante, ma il vero problema è di natura istituzionale: la rappresentanza legale dell’istituzione scolastica autonoma, che non tollera vuoti o iati temporali.

In effetti, si agisce come se il problema non ci fosse, ma il problema c’è, eccome, tanto più che ultimamente il MIUR ha ulteriormente aggravato la situazione.

Per giustificare in qualche modo la mancata assegnazione alle scuole dei fondi necessari per il pagamento delle indennità, nella ultima Nota relativa alla predisposizione del programma annuale è stato introdotto un riferimento all’art. 52 del D.Lgs 165/2001; la questione fa un salto di qualità, perché non si tratta più del pagamento delle indennità, ma della possibilità stessa di conferire l’incarico di docente vicario, nel linguaggio del D.Lgs 165/2001 della possibilità di adibire a mansioni superiori un qualsiasi impiegato.

L’articolo appena citato proibisce esplicitamente il conferimento di mansioni superiori in caso di ferie del dirigente; ora, per chi scrive, le disposizioni del citato articolo 52 non si applicano ai docenti e ai dirigenti della scuola, come esplicitamente detto nel testo stesso dell’articolo, ma questa è un’opinione, mentre la Nota del MIUR è un atto ufficiale.

A questo punto, cosa si deve dire? Quanto fatto finora in tutte le scuole italiane è illegittimo? Una cosa è certa: meglio per il dirigente che non prenda periodi di ferie superiori a 15 giorni!

Attenzione, però, perché la creatività del MIUR non ha limiti; recentemente, l’USR del Lazio ha emanato una circolare, la AOODRLA Registro Ufficiale - prot. n. 1829 del 19/01/2012, avente per oggetto le ferie del dirigente scolastico; riportiamo testualmente, ivi compreso il grassetto:

Non è assolutamente possibile rinviare per intero le ferie per l’anno in corso all’anno successivo; la norma derogatoria ha, infatti, carattere di eccezionalità e può essere invocata soltanto in riferimento ad esigui periodi residui di ferie, non goduti a causa di motivati ed indifferibili impegni di lavoro.

In merito, va sottolineato che, in linea generale, sono da ritenere assolutamente limitati gli impegni che non possono essere assolti dal collaboratore vicario.

Il comma 13 del citato art. 16 del C.C.N.L. - Area V - Dirigenza - prevede che “le ferie per qualsiasi causa disponibili all’atto della cessazione dal rapporto di lavoro e non fruite dal dirigente per esigenze di servizio, danno titolo alla corresponsione del pagamento sostitutivo”, ma le esigenze di servizio, risultanti da dichiarazione personale resa a suo tempo dal dirigente scolastico, devono essere motivate, gravi, eccezionali ed obiettive e devono essere ampiamente e dettagliatamente documentate, dimostrando, anche, che le funzioni che hanno provocato lo slittamento delle ferie non potevano essere delegate al collaboratore vicario”.

Che dire? Bisogna dimostrare (E come?) che le funzioni non erano delegabili, siamo all’obbligo della delega!

Anche questa circolare è motivata da ragioni pecuniarie (Non si vogliono pagare ai dirigenti le ferie non godute, ma allora bisogna pagare le indennità ai vicari …), ma non si può volere la botte piena e la moglie ubriaca.

A conclusione, ripetiamo che non è solo questione di corresponsione di quanto dovuto agli aventi diritto, ma di rappresentanza legale di una istituzione autonoma con personalità giuridica.

Del pari, non è solo questione di una “carriera docente”, ma di funzioni organizzative necessarie per il funzionamento della scuola autonoma.

 

Dal sito www.governarelascuola.it

 

 

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LETTERE ALLA REDAZIONE

 

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO

 

* Cara redazione,

ho letto il pezzo della letterina su MANIFESTO DELLE SCUOLE PER LA SCUOLA.

Mi preme segnalarvi che in previsione di un manifesto formalizzato, sarebbe opportuno dire prima e con lungimiranza, secondo la mia valutazione ovviamente, che il dirigente scolastico deve poter contare su uno staff la cui consistenza deve potere essere flessibile in ragione delle condizioni strutturali, di contesto e di stile personale del dirigente stesso. Quando parlate di middle management, riprendete quel pericoloso numero due per i collaboratori del preside che replicherebbe, tediandoci e mortificandoci, il vincolo imposto dal contratto dei docenti alla legge sulla dirigenza! Per favore evitiamo questo pericolo. Una scuola con 4 plessi è più difficile da gestire di una con un plesso, e non parlo degli aspetti riconducibili al referente di plesso, parlo della possibilità di contare su collaboratori svincolati dall’impegno in classe per consentire al dirigente una gestione efficace di una struttura complessa e articolata. Il nostro lavoro di presidi non si esaurisce più nella presenza fisica a scuola avendo noi molti altri impegni anche fuori dalla scuola, dove perciò occorre che nostri collaboratori possano essere fisicamente presenti senza però impazzire nell’alternanza di classe e altri impegni.

Cari Saluti.

Giampiero Finocchiaro, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

Caro amico,

la scuola autonoma ha bisogno sia del middle management, sia della possibilità di strutturarsi in modo flessibile, secondo le sue necessità.

È evidente che ci debba essere un responsabile di plesso/succursale/sezione staccata, per cui il loro numero varierà da scuola a scuola, così come ci deve essere la possibilità di organizzare secondo le diverse esigenze l’elaborazione e la gestione del POF; proprio a questo deve servire la potestà statutaria e regolamentare prevista dal DDL Aprea.

Abbiamo sottolineato la questione del middle management per due ordini di motivi:

- è in genere trascurata, diciamo pure osteggiata, é confusa con l’altro tema della carriera docente; emblematico, a questo proposito, che nel citato DDL Aprea l’articolo sulla vice-dirigenza sia scomparso, mentre è rimasto quello sulla carriera docente

- non se ne coglie l’aspetto di rappresentanza legale della scuola autonoma con connessa responsabilità, oltre che di organizzazione e di gestione; la telenovela del pagamento, anzi della possibilità stessa della nomina del docente vicario dovrebbe far capire la necessità che sia prevista nella scuola in modo istituzionale almeno la figura che sostituisce il dirigente in caso di assenza.

Nella nostra visione, infine, la carriera docente, il middle management e la dirigenza s’intersecano, nel senso che le tre carriere devono costituire un continuum, prevedendo il passaggio da una all’altra, dando così una prospettiva di carriera e di avanzamento professionale a tutti i docenti.

L’articolo sopra pubblicato a firma di Pietro Perziani chiarisce e approfondisce bene il problema.

La Redazione

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ULTIMORA!!!

 

INTERVISTA A VINCENZO CONSOLO  

                

Alla seduta spiritica dell’ASASi di questa settimana, tenuta necessariamente alla Facoltà di Lettere di Palermo, alla presenza di Lombardo, Centorrino, D’Agostino, Ruffini e Lupo è apparso Vincenzo Consolo (Sant’Agata di Militello, 18 febbraio1933 - Milano, 21 gennaio2012) scrittore e saggistaitaliano. È considerato uno tra i maggiori narratori italiani contemporanei. È un autore sui generis perché non scrive veri e propri romanzi, convinto com’è che “non si possono scrivere romanzi perché ingannano il lettore”, ma predilige una narrazione orientata verso la poesia. Gli abbiamo posto alcune domande spregiudicate:

ASASi: Maestro, dica la verità, lei che ha lasciato la Sicilia per la Lombardia, si sente ancora siciliano?

Vincenzo Consolo: Io non so che voglia sia questa, ogni volta che torno in Sicilia, di volerla girare e girare, di percorrere ogni lato, ogni capo della costa, inoltrarmi all’interno, sostare in città e paesi, in villaggi e luoghi sperduti, rivedere vecchie persone, conoscerne nuove. Una voglia, una smania che non mi lascia star fermo in un posto. Non so. Ma sospetto sia questo una sorta di addio, un volerla vedere e toccare prima che uno dei due sparisca. È difficile vivere in Sicilia: guardi l’Amministrazione Provinciale di Palermo. Non paga la manutenzione alle scuole e l’ex direttore generale Antonino Caruso nel 2006 dilapida 26 milioni di euro investendoli nell’IBS Forex che fallisce dopo aver preso i soldi. Ora la Corte dei Conti lo condanna coi Revisori dei Conti a ripagare il danno. Ma io credo che questi soldi non torneranno più alle scuole e alle strade dei palermitani.

ASASi: Maestro, lei che ha sempre militato a sinistra, cosa pensa della CGIL e della FIOM?

Vincenzo Consolo:Ma che siamo noi, che siamo?... Formicole che s’ammazzano di travaglio in questa vita breve come il giorno, un lampo. In fila avant’arriere senza sosta sopra quest’aia tonda che si chiama mondo, carichi di grani, paglie, pùliche, a pro’ di uno, due più fortunati. E poi? Il tempo passa, ammassa fango, terra sopra un gran frantumo d’ossa. E resta, come segno della vita scanalata, qualche scritta sopra d’una lastra, qualche scena o figura. Il sindacato appartiene al passato. Aveva un ruolo alla fine dell’’800. Oggi gli interessi del sindacato massimalista sono opposti a quelli dei lavoratori. Alla FIAT di Melfi 200 operai sono passati dalla Fiom Cgil alla Fim Cisl. All’Ilva di Taranto 400 operai abbandonano la FIOM e così pure a Pontedera. L’estremismo ha prodotto solo disastri, come a Termini Imerese. Qualcuno spieghi alla CGIL che i tempi della dittatura del proletariato sono passati da un pezzo.

ASASi: Maestro, ma il siciliano è una lingua o un dialetto? Vale la pena studiarlo a scuola?

Vincenzo Consolo:Fin dal mio primo libro ho cominciato a non scrivere in italiano. Ho voluto creare una lingua che esprimesse una ribellione totale alla storia e ai suoi esiti. Ma non è dialetto. È l’immissione nel codice linguistico nazionale di un materiale che non era registrato, è l’innesto di vocaboli che sono stati espulsi e dimenticati. Io cerco di salvare le parole per salvare i sentimenti che le parole esprimono, per salvare una certa storia. Ma la scuola non può rinunciare alla missione di riscoprire le radici, di valorizzare l’identità di un popolo, anche se di un popolo multiforme come quello siciliano. E la scuola non può accettare di essere subordinata a questa Università, che non sa neppure badare a se stessa. La scuola rivendichi pari dignità, ha in sé le risorse per fare da sola, solo che lo voglia.

ASASi: Maestro, e del dimensionamento delle scuole, cosa pensa?

Vincenzo Consolo:Si ricorda della tunica di Cristo spartita tre i soldati romani? In questi tavoli tecnici coi sindacati è successo di tutto. Presidi che si accaparravano pezzi di scuole così la loro entrava in prima fascia e lo stipendio aumentava. A Palermo mariti che proteggevano le scuole delle mogli, a Partinico se ne infischiavano della legge … Nessun criterio rispettato, nessuna osservanza dei parametri di legge. Non c’è stata nessuna intesa col MIUR e quindi Profumo manderà 700 presidi, mentre Centorrino manterrà 1.100 presidenze. Rimarranno 400 scuole senza preside e DSGA. È la solita Sicilia, incapace di autogovernarsi, sempre pronta a lamentarsi. Le scuole senza preside sono destinate a distruggersi. Un governo che dispensa esoneri a sindacalisti e associazioni e taglia i presidi non capisce che sta distruggendo il sistema di istruzione pubblica. Oggi gli interessi dei sindacalisti e quelli dei lavoratori vanno in direzione opposta. In Sicilia la popolazione scolastica, a fronte di una stabilità demografica consolidata, è diminuita dalle 845.000 unità nel 2004/2005 ai 791.000 studenti del 2011/2012. Chi può abbandona una scuola dequalificata e in crisi strutturale.

ASASi: Maestro, abbiamo visto il suo fantasma aleggiare sul seminario del 3 febbraio nell’aula magna della Facoltà di Lettere. Cosa pensa del Governatore Raffaele Lombardo che è intervenuto nel dibattito?

Vincenzo Consolo: Quando un presidente della Regione interviene nell’aula Magna di una Facoltà, gremita di docenti universitari, presidi, professori di prima scelta, non dovrebbe limitarsi a parlare di aneddoti, di lui che ha studiato al liceo classico e della moglie che ha studiato al liceo scientifico. Dovrebbe preparare bene il proprio discorso, o farselo scrivere da uno delle decine di consulenti che tiene a libro paga. Da un presidente ci aspetterebbe qualcosa di più che semplici banalità. 

  

 Roberto Tripodi, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. , 3473904596

Presidente regionale ASASi

Consulente della V Comm. Legisl. A.R.S.

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