Letterina ASASI n 312 del 23 febbraio 2012
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EDITORIALE
AUTOREVOLEZZA FONDANTE L'AUTORITÀ
Giuseppe Luca
L’autorevolezza, purtroppo, non è di tutti gli educatori, giacché necessita di qualità che sono in parte innate, mentre in buona parte si sviluppano per opera dell’ambiente, dell’esperienza, dello studio e, in ogni caso, sono volute e alimentate dall’individuo stesso.
BACHECA FNASA
LA LUNGA MARCIA (INDIETRO) DI PROFUMO
Roberto Tripodi
E così il Ministro ha mostrato di non essere uomo d’onore, e sulla valutazione dei docenti, si è rimangiato le promesse fatte all’UE.
Redazione
Il M.I.U.R, con la nota 342 del 24 Gennaio, ha predisposto un incontro con le Associazioni e le reti di Scuole di dimensioni regionali e interregionali allo scopo di implementare lo sviluppo dell’autonomia scolastica nell’ottica del miglioramento del servizio. Ne parlano: Bianca Boemi: Quale autonomia per quale scuola? e Lucia Rovituso: A.A.A. AUTONOMIA CERCASI.
ATTIVITÀ asasi
OGGETTO: ACCORDO DI RETE PER LA FORMAZIONE DOCENTI 2011-2012
Giuseppe Adernò - Sebastiana Fisicaro
Ai Sigg. Dirigenti scolastici delle scuole di ogni ordine e grado di Catania, Enna, Ragusa e Siracusa.
In un momento di crisi e di difficoltà economica in cui versano le scuole, la formula delle attività di formazione in rete sembra la strada più percorribile per consentire ai docenti di esercitare un diritto-dovere, sancito dalle vigenti norme e indispensabile per una crescita culturale e professionale della Comunità scolastica.
SCUOLA ATTIVA
LUOGHI, NON LUOGHI E FINESTRE ROTTE
Anna Maria Catalano
Ma come si può pretendere che un ragazzino/bambino/adolescente apprezzi l’istituzione pubblica e impari il senso dello stato, desideri diventare un adulto per contribuire con il proprio lavoro al bene comune e pagare le tasse, se viene cresciuto in strade piene di spazzatura e aule neppure pitturate?
L’INTERVISTA
Agnese Fedeli
Un’intervista a cura di Agnese Fedeli a Pietro Ichino.
L’AUTONOMIA E LA SINDROME DEL DOTTOR JEKYLL E MISTER HYDE
Gaetano Bonaccorso
È stato il direttore regionale della pubblica istruzione siciliana, dott.ssa Altomonte a suggerirci questa inchiesta, ricordando, in un recente incontro con i dirigenti scolastici siciliani, che la Sicilia è la regione italiana in cui è più diffuso il perverso fenomeno della dispersione.
RIFLESSIONI
MINISTRO PROFUMO: COSA INTENDE FARE PER QUESTI MAESTRI?
Andrea Ichino
Il sindacato fa il suo mestiere. Da che esiste, la sua logica è ispirata al principio per cui non esistono meriti ma solo doti che uno ha o non ha per puro effetto fortuito delle decisioni di Madre Natura.
Gruppo di Firenze
Contrariamente a chi vede nelle sanzioni un odioso esercizio del potere, c’è chi le considera invece un mezzo per rendere bambini e ragazzi consapevoli dei loro atti e promuovere la riflessione e la libertà di scelta.
PROBLEMI SINDACALI
L’ANP VENETO SI PREPARA AL 5° CONGRESSO REGIONALE CHE PUÒ DIRSI DECISIVO
Dal sito www.anppadova.it
Documento approvato all’unanimità il 15 Ottobre 2011 dall’assemblea di Padova e presentato a Fiuggi in alternativa a quello approvato dal Congresso e che ha ottenuto il 24% dei voti al congresso nazionale.
ULTIMORA!!!
Roberto Tripodi
Alla seduta spiritica dell’ASASi di questa settimana, tenuta in Ospedale per esigenze imprescindibili, mentre i medium dell’associazione erano seduti attorno a un tavolo operatorio a tre gambe, rassicurante è apparso Don Luigi Sturzo.
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AUTOREVOLEZZA FONDANTE L'AUTORITÀ
Che il dibattito sull’emergenza educativa si vada allargando e approfondendo sempre di più, specialmente tra gli operatori scolastici, è di facile constatazione.
Un ingrediente, quasi leitmotiv e nodo fondamentale, sembra essere la questione dell’autorità esplicitata come richiesta urgente di “ritorno all’autorità” per riempire il vuoto che ha caratterizzato molti contesti scolastici fondati su un pauroso spontaneismo pedagogico.
Non vi è dubbio che l’incapacità di stabilire regole e limiti ostacoli la formazione di quelle sicurezze di base che sono strumenti indispensabili per affrontare l’incertezza.
A mio avviso, però, il richiamo all’ordine, alle leggi vigenti o a norme più incisive risulta necessario se coniugato con una crescita del senso di responsabilità personale dei docenti e finalizzato alla riduzione degli eccessi della libertà, a evitare i guasti del permissivismo, a rispondere a un bisogno psicologico dell’allievo che, proiettando sull’autorità le cause del suo disagio, ottiene un vantaggio nell’economia intrapsichica, risanando così parte delle angosce connesse alle autocritiche e alle autoaccuse.
Attenzione, però, a non trasformare l’“autorità” in “autoritarismo”, nell’atteggiamento,cioè, di chi esercita l’autorità, trascurando o eliminando del tutto i limiti della legittimazione e della giustificazione legati al proprio ruolo, per imporre agli altri i propri programmi e i propri valori senza possibilità di scelta se non la fuga o la dipendenza, diventa negazione di ogni rapporto educativo.
La scuola è un’agenzia educativa chiamata istituzionalmente ad aiutare lo sviluppo della personalità degli alunni ai fini di una formazione integrale, tenendo conto della persona nella sua struttura totale, come interrelazione tra mondo interno e mondo esterno su cui devono sempre prevalere la libertà e la creatività.
Per sostenere il minore nel suo sviluppo, la scuola, la famiglia, ogni agenzia educativa oggi hanno bisogno di operatori autorevoli che riescono a “imporsi” culturalmente con l’esempio, la testimonianza, il sostegno all’allievo nei momenti critici, ma anche capaci di esprimere una condotta autoritaria nel caso in cui altri strumenti democratici non siano sufficienti a prevenire condotte devianti cui l’allievo tende. Nel fare ciò la figura dell’educatore deve esprimersi, comunque, con autenticità, senza plagiare la capacità critica degli educandi, magari ipotizzando surrettiziamente il miraggio di un futuro più roseo.
L’operatore - educatore è autorevole quando svolge il proprio lavoro con dignità e serietà, quando riesce a influenzare non i comportamenti specifici degli educandi, figli o alunni, ma quando riesce a fare un passo indietro dinanzi alla scelta operativa dell’allievo espressione del pensiero coraggioso e libero di chi sa fare le proprie scelte con maturità, impegno e coraggio, facendosi carico di costruire il proprio futuro.
Quando i giovani sentono accanto a loro una persona che li ama, che li capisce e che dialoga con loro, nel tempo acquistano la sicurezza necessaria per arrivare a scelte consapevoli e per assumersi le responsabilità del loro stato.
Autorevoli sono gli educatori di grande forza interiore che rispettano l’educando, ma sanno farsi rispettare, perché sono consapevoli dei propri diritti, ma riconoscono che il diritto all’autorità ha per contraltare tutta una serie di doveri.
Così facendo, con affetto e fermezza, è possibile affermare la credibilità educativa, consapevoli che non è possibile esimersi dall’educare.
Attenzione, però a non confondere autorevolezza con permissivismo, quell’atteggiamento proprio dell’educatore (… educatore?) che consapevole, a suo avviso, che non può modificare il comportamento del bambino, si rassegna e non interviene.
La differenza fra “autoritario” e “autorevole” è, quindi, molto grande, ma i due stili sono complementari ed escludono ogni forma di autoritarismo e di permissivismo.
Ricordiamoci, però, che se l’autorità compete di diritto a ogni educatore anche perché la semplice condizione anagrafica superiore impone dei doveri nei confronti del minore, l’autorevolezza, purtroppo non è di tutti gli educatori, giacché necessità di qualità che sono in parte innate, mentre in buona parte si sviluppano per opera dell’ambiente, dell’esperienza, dello studio e, in ogni caso, sono volute e alimentate dall’individuo stesso.
L’educatore autorevole deve essere credibile e dimostrare, con la parola e il comportamento, di esserlo.
Giuseppe Luca, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. ,
3334358311- 095313028
Direttore Responsabile della “Letterina”
BACHECA FNASA
LA LUNGA MARCIA (INDIETRO) DI PROFUMO
E così il Ministro ha mostrato di non essere uomo d’onore, e sulla valutazione dei docenti, si è rimangiato le promesse fatte all’UE. Trichet e Draghi avevano chiesto espressamente al Governo: “Come farete a valorizzare i migliori docenti?” la risposta può trovarsi nel recente comunicato della CGIL che pubblichiamo di seguito:
“Il Miur accantona Brunetta: parte il progetto sperimentale VALeS. Accantonata la classifica dei docenti e delle scuole meritevoli. Parte una nuova sperimentazione senza classifiche di brunettiana memoria. Grande risultato della FLC CGIL. Avevamo già dato notizia alcuni giorni fa della definitiva scomparsa di una delle due sperimentazioni messe in campo lo scorso anno dall’ex Ministro Gelmini (il progetto Valorizza 2 sulla valutazione individuale basata sul parametro reputazionale) e del contestuale avvio di un nuovo percorso sperimentale denominato VALeS premialità selettiva per le scuole partecipanti. Riteniamo tutto ciò una vittoria della FLC CGIL che da tre anni si batte per contrastare l’ideologia brunettiana e i suoi devastanti effetti”.
Incredibile. Comprendiamo il terrore dei sindacalisti della scuola di essere valutati, visto che ricordiamo che nell’anno in cui ci fu la sola valutazione seria dei presidi, essi sprofondarono agli ultimi posti. Con le nostre orecchie avevamo ascoltato Profumo, il 9 gennaio nel Salone dei Ministri, affermare perentoriamente che dovevamo entrare nella logica europea della valutazione dei docenti. Poi il 25 gennaio, alle ore 12,00, nella sala 8 al piano terra del MIUR abbiamo visto e sentito il dott. Giovanni Biondi che, roccioso come mai, assicurava che sulla valorizzazione dei docenti si sarebbe andati avanti perché lui aveva ricevuto questo compito dal Ministro che a sua volta ne rispondeva all’UE, e dopo una settimana assistiamo a questa marcia indietro? Mi sarei aspettato che il Direttore Generale del Dipartimento per la programmazione e la gestione delle risorse umane, finanziarie e strumentali, avesse la forza di affrontare e vincere la sfida che il sindacato gli ha lanciato. Molti di noi presidi, ci assumiamo le nostre responsabilità e affrontiamo le stesse sfide con determinazione, trascinati dai giudici del lavoro e in varie conciliazioni, pur di garantire il diritto allo studio degli studenti e relegare ignoranti e fannulloni in un angolo.
Ecco cosa ha promesso il Governo italiano all’Europa:
a) Promozione e valorizzazione del capitale umano. L’accountability delle singole scuole verrà accresciuta (sulla base delle prove INVALSI), definendo per l’anno scolastico 2012-13 un programma di ristrutturazione per quelle con risultati insoddisfacenti; si valorizzerà il ruolo dei docenti (elevandone, nell’arco d’un quinquennio, impegno didattico e livello stipendiale relativo); si introdurrà un nuovo sistema di selezione e reclutamento.
f) Un tassello rilevante è costituito dalla piena attuazione della Riforma della pubblica amministrazione, in particolar modo dalle misure che rafforzano il ruolo della Commissione per la Valutazione, la Trasparenza e l’Integrità delle amministrazioni pubbliche (istituita nel dicembre del 2009) e le cui competenze saranno integrate con il disegno di legge in materia di anticorruzione, già approvato dal Senato, e attualmente all’esame della Camera dei Deputati.
Possibile che in tutto il Ministero non si trovi una personalità forte, capace di dire ai sindacati “Basta ragazzi, la ricreazione è finita, ora si torna a lavorare”. Tutti capaci solo di tirare a campare?
La prassi di cooptare nelle direzioni generali quadri vicini al sindacato, da Barbieri a Iosa a Tiriticco, a tanti altri consulenti presi direttamente dalle segreterie di partito, spingendo al pensionamento o emarginando i dirigenti vincitori di concorso, ha tolto al MIUR la capacità di prendere decisioni nel pubblico interesse. Ma le scuole, sia quelle in reggenza che quelle in cui il preside deve occuparsi di otto succursali, nove sedi staccate e dieci plessi sparsi per il territorio, sono ormai, almeno nel meridione, all’anarchia, non possono più irresponsabilmente continuare a sperperare denaro pubblico.
Un esempio per tutti: i dirigenti e i DSGA comandati mantengono la titolarità nella loro scuola di provenienza. Questa colossale sciocchezza ha fatto sì che i comandati abbiano scelto sedi complesse di 1° fascia, pur non recandosi mai a scuola a lavorare, ma così, guadagnano di più. Queste scuole invece vanno allo sbando, perché annualmente, o sono in reggenza, o si susseguono presidi di passaggio. Non me la prendo coi colleghi che fruiscono di questo vantaggio, visto che la legge lo prevede, ma occorre essere particolarmente intelligenti per capire che è un meccanismo che grida vendetta e che lascia sbigottiti gli operatori del settore? Nessuno che in alto abbia il coraggio di decidere che questi colleghi debbano tornare a lavorare, o che almeno siano collocati fuori ruolo, in modo che le scuole complesse e grandi abbiano il loro preside stabile, prima di distruggersi?
La filosofia sindacale ormai è chiara: “Muoia Sansone con tutti i filistei”. L’esempio della FIAT di Termini Imerese è lampante: la FIOM ha reso ingovernabile la fabbrica con la copertura degli assenteisti e le continue interruzioni di produzione, e poiché l’impresa non può lavorare in perdita, ha chiuso. Ora gli operai, senza lavorare, prendono un sussidio pari all’80% dello stipendio e vanno felici a raccogliere carciofi a spese del contribuente. Questo è il modello perseguito dal sindacato italiano che si atteggia di sinistra. Anche se i veri paesi di sinistra, come Vietnam, Cina, Cuba, ma anche di storia socialdemocratica come la Svezia o la Danimarca, valutano processi, risultati conseguiti e personale. Sono all’avanguardia e su tali prassi severe hanno costruito la qualità della loro scuola.
Per quanto ci riguarda sono maturi i tempi per indire un’assemblea generale, magari ad aprile, per trasformare l’associazione in Rete e apportare allo statuto modifiche per ampliare i livelli di democrazia nei processi decisionali interni.
Roberto Tripodi, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. , 3473904596
Presidente regionale ASASi
Consulente della V Comm. Legisl. A.R.S.
INCONTRO AL MIUR DEL 14 FEBBRAIO
Il M.I.U.R, con la nota 342 del 24 Gennaio, ha predisposto un incontro con le Associazioni e le reti di Scuole di dimensioni regionali e interregionali allo scopo di implementare lo sviluppo dell’autonomia scolastica nell’ottica del miglioramento del servizio. L’invito diramato attraverso le direzioni regionali, parte dal presupposto che le politiche scolastiche territoriali possano essere sostenute dalla presenza degli organismi di coordinamento delle scuole autonome che in rappresentanza delle stesse avviino una fattiva interlocuzione con gli Enti locali competenti in tema d’istruzione.
Ce ne parlano Bianca Boemi e Lucia Rovituso:
QUALE AUTONOMIA PER QUALE SCUOLA?
Il 14 febbraio, nel Salone delle comunicazioni del Miur, si è svolto l’incontro con le associazioni e delle reti delle scuole autonome, organizzato per fare il punto sull’organizzazione che le istituzioni si sono date in modo spontaneo.
All’incontro, coordinato dal dott. Mazzoli, capo della segreteria del sottosegretario, erano presenti il dott. Fiorentino, la dott. Ugolini, la dott. Palumbo, il sempreverde dott. Cosentino, il dott. Biondi e, tra il pubblico, la dott. Nardiello.
Numerosi i partecipanti, accreditati dalle Direzioni generali in modo poco omogeneo in assenza di un criterio condiviso, che avrebbe potuto e dovuto scaturire dal Decreto 5 appena approvato.
I primi interventi sono stati incentrati sull’attività delle associazioni delle scuole autonome (ASA), nate nel 2001 per assicurare una rappresentanza alle neonate, a livello nazionale e regionale: tutti hanno lamentato lo scarso riconoscimento da parte delle istituzioni, che ha ridotto i margini di autonomia e ha lasciato sola la scuola, hanno sottolineato l’azione svolta, che ha sviluppato, anche se a macchia di leopardo, una rete finalizzata alla formazione, all’informazione, alla difesa dei diritti riconosciuti anche a livello costituzionale. Data per scontata la disponibilità a collaborare con il ministero per una razionalizzazione che non miri a tagli indiscriminati di personale e di scuole, sono stati auspicati un dialogo costante e il riconoscimento dell’associazionismo delle scuole, come già avvenuto per le Province e i Comuni italiani.
Sono seguite le comunicazioni dei rappresentanti di numerosissime reti, da quelle di piccola dimensione a quelle nazionali; difficile operare una sintesi, anche se è emerso, soprattutto per le reti piccole, un’esigenza di supporto da parte delle istituzioni.
A parte aspetti interessantissimi emersi, segno della vitalità e delle isole di eccellenza della scuola italiana, bisognerebbe valutare, nell’ottica del Decreto, alcuni aspetti di questa realtà. Quale la rappresentanza di organizzazioni nate per uno scopo? Quale la garanzia di durata? Quale la loro distribuzione sul territorio nazionale? Quale il loro numero? E tante altre domande cui è difficile dare risposta alla luce dei diversi comportamenti delle direzioni regionali, in molti casi definiti addirittura vessatori.
Diverso, a mio parere, il ruolo delle associazioni, il cui numero è definito, poiché corrisponde a quello delle regioni, e il cui scopo è globale, poiché danno voce alle esigenze complessive delle istituzioni: naturale, quindi, la loro partecipazione all’elaborazione delle linee guida, il loro intervento proprio nel momento in cui si intende passare dall’organico di diritto e di fatto all’organico funzionale.
Forse il riconoscimento della rappresentanza sarà un passo verso l’autonomia reale delle scuole, ormai maggiorenne, senza che tutori, nuclei di supporto, uffici territoriali e direzioni, occupino arbitrariamente spazi decisionali e operativi legati alla condizione autonoma.
Bianca Boemi, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
A.A.A. AUTONOMIA CERCASI
L’A.S.A.S. ha partecipato quindi, all’incontro tenutosi al Ministero in data 14 Febbraio, con propri rappresentanti in assenza del presidente Prof. Tripodi impedito da problemi di salute e al quale porgiamo a nome di tutti gli associati, gli auguri migliori per una pronta guarigione.
I rappresentanti regionali delle associazioni e delle reti presenti, hanno effettuato la presentazione della propria attività su apposita scheda utile per futuri contatti e sono stati invitati a formulare proposte in ordine alla redazione delle linee guida attuative della sezione terza del decreto legge 9 febbraio 2012 n.5, pubblicato in G.U. con il numero 33 in data 9 febbraio 2012.
Gli articoli 50, 51, 52 e 53, alla cui lettura e approfondimento si rimandano i nostri lettori, costituiscono un significativo percorso funzionale al potenziamento del ruolo autonomo delle scuole. Occorre, ovviamente definire modalità, tempi e procedure chiare ed efficaci a cui l’esperienza della scuola militante può fornire un valido contributo.
Desideriamo sottolineare in particolare, per quanto riguarda l’azione di rappresentanza e di coordinamento svolta dall’associazione, il comma C dell’art.50 che prevede, previa intesa con la Conferenza unificata di cui all’art.8 del D.L.vo n.281, la costituzione di reti territoriali tra istituzioni scolastiche per la gestione ottimale delle risorse umane, strumentali e finanziarie.
L’associazione è chiamata a valutare questa nuova opportunità in funzione sia degli scopi e delle azioni a oggi svolte sia dei rapporti con le scuole associate. Allo scopo di predisporre un piano operativo sia per sostenere l’amministrazione nella stesura delle linee guida che per una diversa configurazione dei rapporti tra scuole e associazioni, è previsto un incontro tra i Presidenti delle A.S.A. regionali del Lazio, Piemonte, Friuli Venezia - Giulia, Emilia-Romagna, Lombardia, ed i presidenti di al cune significative reti regionali e i risultati delle intese saranno condivisi con apposita nota informativa.
Nelle more riteniamo oltremodo positivo e lungimirante l’impegno del ministro e apprezziamo l’attenzione rivolta alle scuole autonome cui si riconosce la funzione d’interlocutori privilegiati per la progettazione sul territorio di politiche scolastiche funzionali ai contesti e all’utenza. Non faremo mancare il nostro contributo e invitiamo a fornirci suggerimenti e proposte.
Lucia Rovituso, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
componente direttivo A.S.A.Si
Redazione, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
ATTIVITÀ asasi
OGGETTO: ACCORDO DI RETE PER LA FORMAZIONE DOCENTI 2011-2012
Ai Sigg. Dirigenti scolastici delle scuole di ogni ordine e grado di Catania, Enna, Ragusa e Siracusa.
L’ASASi e l’UCIIM sede di Catania e di Lentini, come è ormai tradizione, si interessano della formazione docenti di ogni ordine e grado nell’ambito della valutazione e della certificazione, soprattutto, nell’ottica di un dibattito che sta coinvolgendo il mondo della scuola sia a livello nazionale, sia europeo.
Il confronto e la formazione sulla valutazione e sulla certificazione delle competenze coinvolge di diritto tutte le forze attive della scuola e richiede un’attenta partecipazione, in quanto risponde al diritto-dovere della formazione professionale.
A tal fine si propone alla cortese attenzione delle SS. LL. la proposta di un accordo di rete al fine di formalizzare l’impegno di adesione dell’Istituzione al progetto di formazione-aggiornamento per i docenti.
In un momento di crisi e di difficoltà economica in cui versano le scuole, la formula delle attività di formazione in rete sembra la strada più percorribile per consentire ai Docenti di esercitare un diritto-dovere, sancito dalle vigenti norme e indispensabile per una crescita culturale e professionale della Comunità scolastica.
Si chiede la cortesia di voler restituire compilato e firmato l’Accordo di rete e con le scuole che aderiranno si procederà a mettere in atto la struttura organizzativa dei Corsi.
La disponibilità di adesione costituisce il primo avvio dell’attività formativa e con le scuole che aderiranno all’Accordo si procederà alla scelta degli argomenti, alla definizione del calendario dei corsi e all’impegno di spesa.
Certo che la presente richiesta trovi positiva accoglienza e disponibilità collaborativa, in attesa di un cortese e sollecito riscontro, con la restituzione via e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. - o via fax 095.4032652 - porgo cordiali saluti.
Giuseppe Adernò, - ASASi e UCIIM
Sebastiana Fisicaro,Formatore esperto seminari regionali
SCUOLA ATTIVA
LUOGHI, NON LUOGHI E FINESTRE ROTTE
Il libro di Marc Augè “non luoghi” (Eleuthera) mi ha insegnato a guardare i luoghi della socialità con occhi diversi. Avevo provato quella sensazione di spersonalizzazione (al limite della disumanizzazione) in ospedale. Smetti di essere una persona anagraficamente riconoscibile e diventi “paziente”. Capita anche ai medici quando sono costretti a fare la parte dei malati e il loro spaesamento fa quasi tenerezza. Per Marc Augè questa perdita d’identità dipende dagli spazi della modernità, dal modo di costruire, arredare, colorare ed è l’omologazione degli stili di vita e dei modelli culturali.
Molti spazi della nostra epoca sono “non luoghi” dove si perde la propria identità e si diventa clienti, utenti, passeggeri e soprattutto consumatori. Questi spazi sono fortemente connotati dal punto di vista architettonico e sono, a loro volta, privi d’identità geografica, storica e culturale.
Aeroporti, Centri Commerciali e Ospedali e anche, secondo me, Scuole (che possono diventare “non luoghi” dove si assume lo status spersonalizzato di studente/alunno/disabile non identità come Lucia, Maria, Giuseppe e Luca).
Normalmente un “non luogo” è confortevole e attraente come nel caso dei centri commerciali e degli aeroporti dove, in tutto il mondo, ti puoi sentire “a casa” e per i più giovani sono spazi familiari dove costruire relazioni con i pari (non è quello che succede anche a scuola?). Ma se lo spazio che frequenti, oltre ad essere omologato, è anche degradato, quale identità ci si può costruire?
Quanto influisce il contesto ambientale sulla qualità della vita e nel nostro caso sulla qualità della scuola? Per affrontare la complessità senza banalizzarla guardiamo solo un pezzo di questo contesto, lo spazio fisico, e diamo un voto.
Nella scuola siamo bravi a dare voti e quindi bisogna fidarsi. Se dobbiamo dare un voto al contesto ambientale inteso come spazio fisico nel quale trascorre tutta la vita scolastica ogni palermitano (più in generale ogni siciliano, calabrese, campano insomma ogni cittadino del sud con le dovute rare eccezioni) possiamo con serenità attribuire un gravemente insufficiente. La qualità del nostro ambiente scolastico è bassissima. Gli studenti che abbiamo ospitato di Intercultura, provenienti da tutto il mondo, ci chiedevano stupiti: dov’è la mensa? E la palestra? E l’ambulatorio? E le cucine? E la biblioteca?
E io chiedo (sono fissata con questo, lo ammetto): e il verde? Neanche il carcere più obsoleto manca del cortile per l’ora d’aria.
Nelle scuole private, anche le meno ambite, gli spazi sono curati, gli arredi nuovi, ci sono sempre palestra, mensa, biblioteca e giardino.
L’abitudine, è noto, condiziona e quindi ormai siamo contenti quando non c’è il doppio turno e i locali sono sufficienti a ospitare tutte le classi (solo aule). A scuola per reperire aule siamo disposti ad eliminare biblioteche, laboratori e perfino la sala docenti. Anni fa un assessore comunale, di cui non ricordo più il nome, mi propose di eliminare la presidenza e sistemarmi in un angolo della segreteria; ogni spazio andava utilizzato per evitare i doppi turni.
Quello che sto cercando di dire non è una semplice lamentela ma una giusta e sacrosanta avvertenza: non accontentiamoci e non abituiamoci alle mancanze. Le nostre scuole sono spazi inadeguati a educare. Meglio, anzi peggio, sono luoghi che educano ad accontentarsi: di una sedia (traballante) di un banco (scomodo), di una stanza fredda e piccola (impropriamente chiamata aula, etimologicamente luogo arioso). Come le nostre strade che ci abituano alle buche, alle auto in doppia fila, agli scivoli per i disabili occupati. Ci si abitua a tutto, ci siamo abituati a tutto e, infatti, chi vive in luoghi belli si abitua alla civiltà e diventa ... civile.
Si chiama teoria delle finestre rotte ovvero il potere del contesto, è frutto degli studi dei criminologi J.Q. Wilson e G. Kelling. I due sostenevano che la criminalità è l’inevitabile risultato del disordine: se una finestra è rotta e non viene riparata, chi vi passa davanti si sentirà autorizzato a romperne un’altra. Il degrado si diffonderà all’intero edificio e poi alla strada, il messaggio di abbandono diventerà autorizzazione a fare quello che si vuole.
Il sindaco di New York, Rudolph Giuliani con il capo della polizia, negli anni 90, sperimentò - efficacemente - questa teoria per contrastare il più alto tasso di criminalità dell’epoca.
È vero anche il contrario e posso testimoniarlo; nella mia esperienza di preside ho sempre cercato di migliorare l’aspetto della scuola con i pochi (pochissimi ormai) mezzi a disposizione: pitturare il più possibile aule e corridoi, curare la pulizia dei locali, piantare qualche albero e ha sempre funzionato.
Posso assicurare che più la scuola è pulita, più aumenta il rispetto che studenti e studentesse mostrano nei confronti dell’ambiente scolastico (nonostante le molte/troppe carenze). Anzi in molti casi è venuta proprio da loro la richiesta (da me puntualmente sostenuta) di dipingere l’aula per renderla più accogliente. È grave che gli enti locali abbiano drasticamente tagliato il contributo alle scuole per la manutenzione ordinaria e che quindi non sia possibile fare di più, però non mi abituerò. Continuerò a chiedere risorse per migliorare sicurezza e vivibilità e piacevolezza dell’ambiente. Il prossimo anno potremo (spero) contare su un finanziamento europeo per lavori di manutenzione urgenti nella sede centrale (dove le finestre sono veramente rotte). Nelle succursali siamo messi ancora peggio anche se le strutture sono molto più recenti, perché gli edifici sono in affitto e i proprietari, Comune di Palermo e Curia di Palermo “tenuti” alla manutenzione straordinaria (fra l’altro ricevono un congruo affitto) non muovono un dito.
In questo rigido inverno abbiamo sofferto più volte il freddo, per mancanza di gasolio, per blackout elettrici, per rottura della caldaia, per mancanza totale di stufe ed elementi riscaldanti in molti locali ma sapere che anche le scuole materne della città sono al gelo, e le scuole a rischio con il tempo prolungato sono senza mensa e senza pasto caldo (panino freddo portato da casa) mi fa letteralmente ribollire di rabbia. Vogliamo parlare in queste aule di diritti civili e di lotta alla dispersione e alla mafia?
Ma come si può pretendere che un ragazzino/bambino/adolescente apprezzi l’istituzione pubblica e impari il senso dello stato, desideri diventare un adulto per contribuire con il proprio lavoro al bene comune e pagare le tasse, se viene cresciuto in strade piene di spazzatura e aule neppure pitturate?
Aggiustiamo le scuole, facciamole diventare luoghi civili dove imparare il rispetto delle regole e della socialità e dopo 13 anni di “cura” (obbligo di istruzione e formazione) la società intera se ne accorgerà.
Il Ministro Profumo ha più volte affermato che l’edilizia scolastica è tra le priorità di questo Governo. Spero che sia vero, spero si tratti delle scuole del sud, spero che questo scandalo finisca ma soprattutto spero che i nostri studenti non diventino (come forse noi siamo diventati) obbedienti sudditi che non solo accettano il degrado ma non si arrabbiano più (forse perché, in fondo, pensiamo di meritarlo?). Questo danno è molto più grave di tutti gli altri.
Il trend si può e si deve invertire. Il rispetto attirerà rispetto, la pulizia attirerà pulizia, la bellezza attirerà bellezza.
Per finire vorrei consigliare una lettura in parte responsabile di questo mio intervento: Pino Aprile - “Terroni” e “Giù al sud”: si parla di questione meridionale, di finestre rotte e di molto altro.
Anna Maria Catalano, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
L'INTERVISTA
Un’intervista a cura di Agnese Fedeli a Pietro Ichino.
Agnese Fedeli: Ho letto che è stato l’insegnamento di don Milani a spingerla verso l’attività sindacale e verso il diritto. Perché, seppure con una frequentazione sporadica, il suo insegnamento è stato così forte?
Pietro Ichino: Mi ricordo ancora come fosse ieri la volta in cui volle segnarmi come con un marchio a fuoco. Credo che fosse nel 1960; era venuto a trovarci, eravamo tutti - lui, i miei genitori, le mie sorelle e io - nel bel soggiorno della nostra casa di via Giotto; e lui, a bruciapelo, mi disse, facendo un gesto circolare per indicare tutto quel benessere: “per tutto questo non sei ancora in colpa; ma dai diciotto anni incomincia a essere peccato, se non restituisci tutto”. Credo che fu in quel momento che si decise il fatto che io non andassi a lavorare nello studio di mio padre, ma al sindacato. Come feci, già un anno prima di laurearmi, per restare poi alla Cgil per dieci anni filati. Ancora oggi, qualche volta mi chiedo perché non riesco mai a dire di no a chi mi chiede un incontro, una lezione, uno scritto, e molto raramente mi concedo una mezza giornata di vera vacanza; non ho ancora finito di restituire, e non finirò mai. Perché “Pierino” di Lettera a una professoressa ero allora, e “Pierino” sono rimasto tutta la vita; non ho mai cercato i privilegi, ma i privilegi hanno sempre cercato me. Nel 1979 - erano dieci anni che lavoravo a tempo pieno alla Cgil - non mossi un dito per esser mandato in Parlamento; ma era scritto che dovessi andarci io, perché sapevo qualche parola più dei miei compagni di partito e di sindacato. E poi la cattedra all’Università, lo spazio sui giornali, di nuovo l’elezione al Senato nel 2008, anche questa non da me cercata in alcun modo. Così, per quanto io cerchi di sdebitarmi, l’obbligo di restituzione derivante da quell’“avviso” di don Lorenzo di cinquanta anni fa non è mai estinto; anzi, aumenta in continuazione.
Agnese Fedeli: Leggendo la biografia di Neera Fallaci emerge questa figura di don Milani come di “monarca” assoluto nella sua scuola, il fatto che lui sempre fosse “il maestro” a Barbiana. Lo era in qualche modo anche fuori dalla scuola? Lo era anche a Milano?
Pietro Ichino: Faceva sempre scuola, quando veniva a Milano coi suoi ragazzi, per dodici o sedici ore al giorno: girando per la città, visitando i monumenti e i luoghi cruciali della storia e della vita della città, ma più attento alla storia sociale che a quella politica. Le materie, durante queste visite, erano sempre principalmente due: la storia e la politica sociale. A cinquant’anni di distanza, non condivido più molto del comunismo integrale che ispirava la visione del mondo di don Lorenzo; alcune cose del suo insegnamento, però, mi sembra che non siano minimamente intaccate dal tempo. Una di queste è la teorizzazione del possesso del linguaggio come fonte di potere e della scuola come strumento per scardinare le disuguaglianze di classe. Un’altra è la sua considerazione sul limite etico del diritto di proprietà; diceva: “San Tommaso insegna che ‘in extremis omnia sunt communia’; è tutto questione di stabilire dov’è la soglia dell’extremum, dell’emergenza sociale”. Don Lorenzo ci insegnava a vedere sempre nella sofferenza umana, e soprattutto in quella originata dall’ingiustizia sociale, l’extremum che mette in discussione tutte le nostre avarizie.
Agnese Fedeli
L’AUTONOMIA E LA SINDROME DEL DOTTOR JEKYLL E MISTER HYDE
È stato il direttore regionale della pubblica istruzione siciliana, dott.ssa Altomonte a suggerirci questa inchiesta, ricordando, in un recente incontro con i dirigenti scolastici siciliani, che la Sicilia è la regione italiana in cui è più diffuso il perverso fenomeno della dispersione.
Intervisteremo il preside Tersite Coraggioso Non Scantulino, dirigente scolastico dell’Istituto Professionale di Stato “Tribale” che conosce a fondo le problematiche della dispersione, avendola combattuta a fondo anche con qualche successo (dal 30% è scesa al 19%), ma senza essere riuscito, per sua stessa confessione, a debellarla.
Intervistatore: Preside Tersite, perché la dispersione è un fenomeno specifico degli istituti professionali?
D.S.: Perché sono frequentati dagli studenti più poveri e più deboli della società siciliana in contesti territoriali a rischio, dove le famiglie affrontano quotidianamente la problematica della sopravvivenza, e i giovani sono alla ricerca, nelle scuole che frequentano, di un mondo di giustizia. I ragazzi di questi territori e di queste scuole sono, generalmente, vittime, anche senza volerlo, dei fenomeni con i quali reagiscono alle carenze affettive e sociali cui sono soggetti, il bullismo, il dinamismo del branco, l’omertà, l’intolleranza, iniziali forme di corruzione, di mafiosità e di delinquenza individuale e organizzata,e, di conseguenza, la fuga dalla scuola.
Intervistatore: Perché è così difficile da affrontare e da superare?
D.S.: Il docente non è attrezzato, il più delle volte, sul piano pedagogico e psicologico, ad affrontare l’azione didattica di fronte a ragazzi che non accettano le regole borghesi dello stare in classe: si muovono continuamente, non ascoltano, non comprano i libri, non studiano a casa, usano un linguaggio volgare, sono irrispettosi, insultano, minacciano.
Intervistatore: Cosa è cambiato rispetto al passato?
D.S.: L’età anagrafica è notevolmente aumentata. Molti provengono da troppo lontano per studi e formazione. La preparazione e le competenze di alcuni sono legate al lontanissimo diploma. Altri, uomini e donne senza differenza, confondono la funzione docente, che richiede, in ogni momento, autorevolezza e assertività, pur in presenza di un rapporto profondamente umano, e cadono nel permissivismo nel quale, prima o poi, rimangono impotentemente ingabbiati.
Intervistatore: Come mai la formazione non è obbligatoria?
D.S.: L’idea vincente, per sollevare la scuola da questo problema è: formazione, controllo, carriera, incentivazione economica. I ragazzi devono essere avvicinati al sapere attraverso convinzione ed autorevolezza quotidiane, con l’entusiasmo didattico di cui parla Edgar Morin, rispettando, fino in fondo, con una preparazione aderente, come fece Don Milani, la loro biografia cognitiva. Ma chiedere questa mission a docenti borghesi che sono e si sentono lontani dal mondo e dalla cultura popolare, senza adeguato riconoscimento del loro lavoro,è una pura follia.
Intervistatore: Come incide questa stanchezza mortale sulla dispersione?
D.S.: In maniera letale. Aumenta a dismisura la depressione da stress (il cosiddetto burn out), il nervosismo in classe, le eccessive note sul registro, il ricorso al preside perché intervenga a sistemare situazioni incontrollabili, l’intolleranza nei confronti degli studenti, l’eccesso di sanzioni disciplinari, il prevalere di una valutazione intimidatoria, nonostante i criteri inclusivi decisi dai collegi proprio contro l’effetto dispersivo.
Intervistatore: Mi chiarisca questo aspetto della valutazione. Come può incidere sulla dispersione?
D.S.: La maggior parte degli insegnanti, sono soggetti alla sindrome del dottor Jekyll e Mister Hyde, quella scissione della personalità documentata dall’indagine di Stevenson nel suo “The strange Case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde”, 1886.
Intervistatore: Ricordo che disse: “L’uomo non è veracemente uno, ma veracemente due”. Ma cosa intende dire, Preside?
D.S.: Il docente assume l’identità del dottor Jekyll durante il collegio che stabilisce i criteri della valutazione in itinere e finale. Da buon pedagogo, egli sembra credere nel miracolo pedagogico di trasformare in buoni allievi gli studenti indirizzati alla dispersione e vengono, per questo, deliberati criteri di una valutazione inclusiva, comprensiva, formativa e filtrata.
Intervistatore: Che significa, esattamente, valutazione filtrata?
D.S.: La valutazione, per buona parte di questi ragazzi, è un atto di violenza che si aggiunge alla sottostima di sé e alla svalutazione nei loro confronti che sentono aleggiare nella loro vita quotidiana, come se l’intero sistema educativo volesse destabilizzare il codice di comportamento che essi seguono, nel loro quartiere, come esperienza di vita.
Intervistatore: Non vogliono essere esaminati? giudicati? valutati?
D.S.: La valutazione di questi ragazzi deve essere formativa, non voto, ma paradossalmente ex voto, facendo intravedere allo studente opzioni affettive ed estimative di help in grado di farlo rientrare nel circuito in qualunque momento il suo cammino si raddrizzi. Insomma, la valutazione, anche quando è negativa, deve essere promozione umana.
Intervistatore: La valutazione ha bisogno anche di una formazione docimologica?
D.S.: Nell’azione del docente la pedagogia, cioè la guida verso il positivo, verso la crescita, verso il bene dello studente deve sempre prevalere sull’istinto professorale (Mr. Hyde) che punisce con un’arida espressione aritmetica ciò che non saputo conquistare sul piano geometrico, lo spazio e il tempo necessari per uno studente desideroso di partire per l’avventura del sapere.
Intervistatore: E l’istinto professorale a cosa corrisponde?
D.S.: All’autorevolezza dimenticata e ceduta, al prestigio sociale esauritosi, al benessere economico scomparso, alla connotazione sociale borghese che minaccia di impoverirsi, all’entusiasmo didattico venuto meno. Per questo nel momento della valutazione il docente, spesso, si trasforma in un mister Hyde con intelligenza ed energie inclinate a una reazione contraria alla sua delibera razionale e pedagogica.
Intervistatore: È come se scattasse un riconoscimento d’impotenza didattica, la delusione e l’amarezza del mestiere che non risulta adeguato e la valutazione, spogliata di ogni consistenza educativa, rimasta nella sua nudità, un numero improduttivo che non aiuta a costruire una personalità carente.
D.S.: Bravo. Proprio così. Il docente, da buon pedagogo che durante il collegio vota all’unanimità il meglio per la crescita, improvvisamente diventa un professore intimidatorio e giustiziere. Il ragazzo dovrebbe, da quel momento, studiare, superando il suo disagio, le sue carenze affettive, l’ingiustizia del mondo che lo circonda, perché, con quel voto il docente, gli intima: “Alla prossima che fai, ti licenzio e te ne vai”.
Intervistatore: E invece come deve essere la valutazione?
D.S.: Il risultato di una concertazione tra l’amministrazione, responsabile dei risultati,a nome dell’intera utenza, il collegio dei docenti depositario dei principi pedagogici sanciti dalla costituzione italiana, il Consiglio di Istituto, che concentra dentro la sua identità, gli interessi dell’intera comunità scolastica. Quindi la comunità intera e l’utenza entrano profondamente nel tessuto di un giudizio parziale e finale di ogni studente. Il voto non è un’arma di alcun genere. Il voto non è uno strumento arbitrale di giustizia. Lo studente che rifiuta la valutazione va cercato come la pecorella smarrita del vangelo, anche a costo che le altre possano soffrire per l’apparente e temporanea assenza del pastore. Se è un buon pastore, ricondurrà la pecorella al riparo e recupererà la stima e le competenze delle altre che ha per quel lasso di tempo abbandonato.
Intervistatore: Perché il docente è, invece, ormai, contro sua voglia, un professionista postfordista.
D.S.: Certo è la cellula di una falange, la comunità scolastica, che procede, nel suo cammino tutta insieme, un organismo democratico in cui tutto ciò che avviene, compresa la valutazione, è deliberato, adottato, disseminato, diffuso, comunicato, condiviso da tutte le sue componenti e non si può verificare, in nessun segmento di essa, un colpo d’ali, un gesto individualistico, un istinto di ritorno, un vulnus, senza che si esamini e si concordi tra tutti i responsabili l’eventuale carico di quel gesto.
Intervistatore: Insomma, preside, ci vuole un lifting o un restyling?
D.S.: La formazione docimologica obbligatoria annuale non può che condurre ad un restyling della valutazione. Gli esperti dicono che nei contesti squilibrati, nei quali esiste un effettivo distacco tra l’utenza con le sue caratteristiche sociali, economiche e culturali e i professionisti borghesi dello Stato, quando l’offerta formativa ha soprattutto una valenza terapeutica,la valutazione non può essere scorporata dalle altre componenti formative e il voto, quindi, deve essere costruito secondo canoni che scindano la connotazione numerica dalla significatività del passato.
Intervistatore: Quindi il 6 non è detto che sia sufficienza e il 4 non è detto che sia scarso.
D.S.: Esatto. La valutazione è un processo dinamico che concorre momento per momento all’esplorazione dell’animo umano, all’esplosione improvvisa, repentina ed anche inaspettata di un miracolo pedagogico, e quindi, immagazzinare e ingabbiare questo processo in una grave insufficienza non concordata, è lesivo di questo obiettivo.
Intervistatore: Ma in qualche modo in pagella bisognerà classificare gli studenti?
D.S.: È necessario riconoscere la relatività del gesto valutativo, tenendo conto che è difficile il recupero e che non vi sono risorse umane, didattiche ed economiche adeguate per un processo formativo senza lacune e carenze. Un sistema che si presenta imperfetto nell’azione educativa deve accettare e filtrare l’imperfezione dei soggetti cui si rivolge. Uno studente, in una scuola a rischio, per crescere e superare tutte le difficoltà incontrate, avrebbe bisogno di un’equipe addestrata, per competenze didattiche, pedagogiche e psicologiche, a recuperare le ferite che la società profondamente ingiusta e squilibrata ha prodotto in lui, considerando anche la distanza intercorrente tra il suo mondo e quello del suo interlocutore. E invece, attorno a lui, che ha bisogno di guarire, si muove, oggi, per lo più, un esercito squinternato di precarietà, un’armata Brancaleone quotidiana.
Intervistatore: Allora niente più voti?
D.S.: No, voti equilibrati, voti concordati, voti condivisi, voti trasparenti,voti comprensivi, inclusivi, formativi, filtrati, voti aperti, voti discussi, voti che danno speranze e producono stimoli, voti che non definiscono, che non mortificano, che non disperdono.
Gaetano Bonaccorso, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
RIFLESSIONI
MINISTRO PROFUMO: COSA INTENDE FARE PER QUESTI MAESTRI?
Il sindacato fa il suo mestiere. Da che esiste, la sua logica è ispirata al principio per cui non esistono meriti ma solo doti che uno ha o non ha per puro effetto fortuito delle decisioni di Madre Natura. E poiché nessuno può sapere ex ante quali doti avrà, tutti dovrebbero preferire una retribuzione uguale per tutti perché non c’è alcun merito nell’essere più bravi degli altri. È una posizione che ha una sua dignità perfino scientifica, ma che si scontra con due problemi difficili da superare.
In primo luogo, anche se ex ante l’uguaglianza retributiva può sembrare una buona idea, ex post questa soluzione pesa ai più bravi, inducendoli ad andare altrove dove le loro doti, meritate o meno, trovano maggiore considerazione. In secondo luogo, insegnare bene costa fatica anche se si è bravi; e, a meno di poter assumere che gli insegnanti siano tutti santi e missionari, è inevitabile che prima o poi anche i migliori tra loro tirino i remi in barca, se la loro fatica vale tanto quanto la pigrizia degli altri. Gli insegnanti hanno meno bisogno di essere incentivati di altri lavoratori, poiché molti di loro scelgono questa professione soprattutto per passione, e sono questi gli insegnanti che oggi riescono a far funzionare dignitosamente la scuola italiana.
Ma anche la loro pazienza ha un limite.
Due studi americani esaminano ampi campioni di persone adulte che 30 anni prima, alle elementari, sono state affidate in modo casuale a insegnanti diversi. La casualità di questa assegnazione garantisce che ogni insegnante abbia avuto classi statisticamente identiche, per qualità degli studenti e background familiare. Eppure, le differenze di performance successiva sono sorprendenti. Ci sono studenti che grazie ai loro insegnanti elementari hanno una carriera scolastica migliore, vanno con maggiore probabilità al college, trovano lavori attraenti e con più facilità. E altri studenti identici ai primi, che avendo avuto insegnanti peggiori non hanno accesso alle stesse opportunità.
Questa ricerca impressionante (anche per la qualità dei dati, se visti dall’Italia, dove il ministero non sa nemmeno abbinare informazioni sugli studenti a quelle sui loro insegnanti) dimostra che i Maestri, esistono davvero e sono quei professori di cui ogni studente si ricorda anche a molti anni di distanza da quando ha ascoltato le loro lezioni. Questi Maestri, non hanno bisogno dei corsi di formazione di dubbia qualità che i sindacati propongono sostenendo che con una buona formazione tutti possono diventare buoni docenti. Non ne hanno bisogno perché si sanno formare e aggiornare da soli. Li potete mettere in scuole disastrate o perfettamente dotate e l’effetto positivo e carismatico si sentirà comunque. E se la performance di una scuola è anche un gioco di squadra queste sono le persone di cui ogni squadra ha bisogno.
Ministro Profumo, glielo ha chiesto anche la Comunità europea: cosa intende fare per questi Maestri? Al suo esordio sembrava convinto che migliorare la scuola fosse soprattutto un problema di persone, e che solo dopo aver trovato quelle giuste, avesse senso preoccuparsi di risorse e architetture istituzionali. Ne è ancora convinto o abbiamo capito male?
Andrea Ichino
Contrariamente a chi vede nelle sanzioni un odioso esercizio del potere, c’è chi le considera invece un mezzo per rendere bambini e ragazzi consapevoli dei loro atti e promuovere la riflessione e la libertà di scelta. La sanzione educativa non è una contro-violenza, non ha carattere vendicativo, non c’è in essa né umiliazione né rappresaglia, ma ha il valore di un segnale, di una battuta d’arresto volta a spezzare una tendenza. È il mezzo, non certo il fine. Chi difende la sanzione educativa sostiene che un ragazzo che proviene da una famiglia o da un ambiente in cui riceve messaggi confusi su ciò che è bene e ciò che e male, o anche nessun messaggio, ha un’occasione per imparare e per capire che cosa la comunità si aspetta da lui come da tutti gli altri (Sullivan, 2000). Chi la critica sostiene invece che così facendo si riproduce una condizione tipica del bullismo: da un lato c’è una persona che ha potere, dall’altro una persona che ne è priva. È interessante, a questo proposito, l’apporto della psicoanalisi, secondo cui in certe circostanze il colpevole non solo si attende una sanzione, ma la ricerca. Secondo Sigmund Freud questo bisogno di espiazione risulta da uno stato di tensione, di contrasto e a volte di scissione tra Io e Super-Io (ossia l’istanza morale incorporata nella coscienza). Il bisogno di fare qualcosa per riparare è un sentimento piuttosto diffuso a tutte le età e poter pagare il debito consente di alleviare il senso di colpa. La sanzione educativa attribuisce a ognuno la responsabilità dei propri atti e fornendo un risarcimento alla vittima ristabilisce l’equilibrio che è stato alterato.
GRUPPO di FIRENZE per la scuola
del merito e della responsabilità
PROBLEMI SINDACALI
L’ANP VENETO SI PREPARA AL 5° CONGRESSO REGIONALE CHE PUÒ DIRSI DECISIVO
Documento approvato all’unanimità il 15 Ottobre 2011 dall’assemblea di Padova e presentato a Fiuggi in alternativa a quello approvato dal Congresso e che ha ottenuto il 24 % dei voti al congresso nazionale. Dopo gli anni ruggenti della conquista della Dirigenza, de iure ma non de facto, e dell’Autonomia (sempre più limitata dall’amministrazione) l’ANP ha vissuto anni di stasi, riflusso e sconfitte; basti pensare alla partecipazione alle elezioni RSU e alla firma di contratti non certo positivi. Evidentemente abbiamo compiuto lo stesso errore di conservazione dell’esistente dei sindacati confederali arroccati sulle loro pregiudiziali ideologiche e dello Snals arroccato con uomini buoni per ogni stagione. Ma da cinque anni non risolviamo, direi cerchiamo di ignorare, il problema gravissimo, che può frantumarci, della Dirigenza della scuola divisa in tre gruppi che possono entrare in rotta di collisione specialmente in periodo di crisi economica. Abbiamo DS con la Ria, DS con assegno riassorbibile, DS “senza portafoglio”... Bisogna riconoscere che aggirarsi con passo felpato nei corridoi del palazzo, andare a braccetto con il ministro, evitare fino all’ultimo lo scontro, mostrarsi ragionevoli, credere alle promesse, non ha portato a risultati negli ultimi anni. Per fortuna la neonata Costituente Manageriale tra CIDA e Confedir induce a brevissimo un accordo tra Anp e Dirpresidi, con una rivisitazione tra l’altro della posizione delle alte professionalità e l’abbandono di vecchi strascichi polemici che probabilmente si eliminerebbero anche azzerando gli attuali vertici. D’altra parte è ovvio che per rifondare un’associazione innanzitutto bisogna fissare delle regole come ad esempio il meccanismo del divieto di cumulo di cariche e il divieto di ripresentarsi dopo due mandati. Pensiamo che un gruppo dirigente sindacale di settantenni e sessantenni, lontano da decenni dalla vita reale delle scuole, possa essere capace di affrontare le problematiche di un mondo che procede a cambiamenti repentini e quelle dei più giovani? Che fare allora? Innanzitutto impiegare le energie dell’associazione su alcuni punti senza disperderci in mille altre iniziative. Basta leggere il sito nazionale per trovare un fiume d’iniziative e di comunicazioni che si sovrappongono perdendo di vista i punti fondamentali per la rifondazione di un’associazione che possa realmente incidere. Quali punti?
a) Subordinare ogni altro obiettivo all’effettiva equiparazione di tutti i dirigenti scolastici alla dirigenza pubblica. Non solo equiparazione con i dirigenti delle altre aree, ma rapida equiparazione all’interno della nostra area tra dirigenti divenuti tali attraverso diverse modalità di assunzione in tempi diversi. Se lasciassimo correre ancora una volta le promesse contrattuali su un “anticipo” di perequazione interna, nessuno può sensatamente pensare di ottenere con il prossimo contratto quella esterna. È preliminare ed urgente tenere viva e diffondere l’idea che se non venisse mantenuta la promessa sull’una tantum ai dirigenti più giovani il governo avrebbe la strada spianata per non mantenere più nessun impegno: da dieci anni, dopo vari impegni, dopo due ordini del giorno del parlamento la perequazione con gli altri dirigenti è ancora solo promessa … per il contratto che si vedrà dopo il 2016. Questo anche perché è una palese “sperequazione”, a fronte di lavoro uguale il trattamento economico deve essere uguale; perché non si tratta di togliere a chi già ha, ma di dare a chi non ha ancora; perché, di questo passo, di fatto, nel giro di qualche anno i DS si troveranno con stipendi decurtati di circa 400/500 € al mese; ultimo, ma non meno importante, per dare chiarezza di stipendio anche a chi si appresta ora a fare il concorso. Non diciamo che non ci sono fondi e non ricadiamo nella logica che ci deve pensare il governo (amico o no); per ricavare fondi per la perequazione a cominciare dal mantenimento della promessa dei 5 milioni per i vincitori dell’ultimo concorso approfondiamo alcune idee come, a mero titolo esemplificativo: È a priori errato verificare la fattibilità di portare tutti gli istituti (secondo ciclo compreso) tra i 1000 e i 1500 alunni con esonero del vicario in automatico? È a priori errato proporre che le reggenze siano pagate con fondi ad hoc e non con fondi sottratti all’indennità di risultato? È a priori errato proporre l’immediata cessazione dell’utilizzo di fondi del MIUR per pagare il personale comandato presso ministeri sindacati e enti più o meno utili?
b) Chiarire i rapporti giuridici che intercorrono tra dirigente della Scuola e l’Amministrazione che non pare si possa considerare pacifico, alla luce dell’autonomia delle scuole sancita in Costituzione, che sia sovra ordinata gerarchicamente ai dirigenti in quanto datori di lavoro e legali rappresentanti delle scuole autonome. È ora comunque di lasciare per strada la paura di scontrarci contro un’amministrazione che ha storicamente sempre osteggiato la dirigenza scolastica. Non dobbiamo scordarci di come la Dirigenza amministrativa, dal 2000 in poi, tratti i Dirigenti Scolastici: tagli alle indennità senza neppure comunicarli agli interessati, ritardi di anni nel pagamento delle reggenze, nomine fatte firmare con modalità che non si utilizzano neppure con il personale precario ….
c) Rivedere il rapporto con le alte professionalità docenti che, entrate da anni nel sindacato, per crescere hanno bisogno di una struttura che permetta loro di presentarsi in prima persona ai colleghi rivendicando ruolo, merito e stipendi conseguenti.
d) Seguire anche a livello nazionale il settore pensionati che deve divenire almeno altrettanto importante delle “alte professionalità”.
e) Rivedere lo statuto per evitare la sclerosi dell’associazione (ad esempio durata delle cariche elettive e un organismo per decidere collegialmente con rapidità gravi problemi che sorgessero tra un congresso ed un altro) e per preparare il necessario ricambio.
f) Sollecitare un dibattito sulle problematiche professionali: un’associazione, nata come trasversale agli schieramenti di partito e che mira a raggruppare tutti i dirigenti, come avviene ad esempio nell’ANM, deve evitare prese di posizione che possano sembrare pregiudizialmente a favore o contro il governo del momento e favorire invece sempre il confronto per arrivare al massimo consenso. Per questo nell’attuale situazione si deve persistere sulla strada della diffusione dell’informazione corretta invitando ad abbandonare posizioni ideologiche e corporative.
Perseguire la logica del dialogo è l’unica via da percorrere per migliorare la qualità della scuola. Qualsiasi riforma ha, infatti, ripercussioni lontane nel tempo e non si può permettere che un governo annulli di norma quello che ha fatto il precedente. Chiediamo quindi con forza che quanto riguardi l’istruzione sia condiviso attraverso un sereno e costruttivo confronto. Siamo un’Associazione che deve ricordare le rivendicazioni originarie:
- la reale autonomia delle scuole, che devono essere dotate di poteri (non solo meri strumenti …) e risorse adeguate;
- la valutazione ad ogni livello perché la scuola non può essere usata come ammortizzatore sociale o come parcheggio per i giovani; occorre perciò, prevedere sistemi premianti dell’insegnamento e dell’apprendimento e della ricerca, i “fondamentali” della scuola;
- una grande alleanza per la scuola di qualità in cui tutti possano dare il loro contributo, a prescindere dalle particolari visioni ideologiche; - l’obbligo per tutti di non limitarsi a criticare, ma di fare anche proposte. Ai sostenitori del “no” tout court e/o del “sì” acritico, ricordiamo quanto affermato più volte dal Presidente della Repubblica: “Compiano tutti uno sforzo per evitare contrapposizioni pericolose. Mostrino tutti senso della misura e realismo nell’affrontare anche le questioni più spinose”.
Dal sito http://www.anppadova.it
ULTIMORA!!!
Alla seduta spiritica dell’ASASi di questa settimana, tenuta in Ospedale per esigenze imprescindibili, mentre i medium dell’associazione erano seduti attorno a un tavolo operatorio a tre gambe, rassicurante è apparso Don Luigi Sturzo. Nacque a Caltagirone il 26 novembre 1871 da Felice e Caterina Boscarelli: il padre faceva parte della nobile famiglia dei Baroni d’Altobrando e la madre faceva parte di una famiglia borghese calatina. Siccome non poté andare a scuola, andò al seminario di Acireale, dove soggiornò dal 1883 al 1886. Nel 1888 Luigi Sturzo andò al seminario di Caltagirone e fu un discepolo eletto e prediletto, il migliore, e qui si diplomò nello stesso anno del suo ingresso. Il 19 maggio del 1894 fu ordinato sacerdote alla chiesa del Santissimo Salvatore dal vescovo di Caltagirone e nel 1896 alla Pontificia Università Gregoriana di Roma ottenne la laurea in teologia. Nel 1897 istituì a Caltagirone una Cassa Rurale dedicata a San Giacomo e una mutua cooperativa, che diede fastidio ai liberali conservatori e fondò anche il giornale di orientamento politico-sociale La croce di Costantino. Oltre ai consensi il giornale suscitò le ire dei massoni a causa del metodo rettilineo e coraggioso che usava Luigi Sturzo per ottenere i consensi, quindi il 20 settembre 1897 bruciarono una copia del giornale, nella piazza principale di Caltagirone.
ASASi: Don Luigi, alla fine dell’800 l’unità dei cattolici, voluta da papa Leone XIII, diventava sempre più ardua. “Pochi - scrisse Gabriele De Rosa - ebbero, come Sturzo, la conoscenza specifica della struttura agraria e artigianale siciliana e la sua capacità di analisi degli effetti negativi del processo di espansione del capitalismo industriale sui fragili mercati del Sud e sulla piccola e media borghesia agricola e artigiana locale, che si sfaldava sotto i colpi di un’impossibile concorrenza. Tra le cause della disgregazione dei vari ceti artigianali in Sicilia, lei indicava la ‘forte concorrenza delle grandi fabbriche estere o nazionali di materie prime’; la lotta ‘rovinosa’ che si facevano gli artigiani locali, la mancanza di capitali, l’indebitamento, l’impoverimento delle campagne dovuto alla crisi agraria”. Cosa è cambiato da allora?
Luigi Sturzo: Da allora la situazione politica si è aggravata. Nel 1902 guidai i cattolici di Caltagirone alle elezioni amministrative con queste parole: “A tutti gli uomini liberi e forti, che in questa grave ora sentono alto il dovere di cooperare ai fini superiori della Patria, senza pregiudizi né preconcetti, facciamo appello perché uniti insieme propugnano nella loro interezza gli ideali di giustizia e libertà”. Penso che, se fossi stato in vita, avrei saputo guidare il Movimento dei Forconi verso una lotta di emancipazione, invece che verso sterili insurrezioni. In verità scontiamo ancora la struttura criminale che si diede la Democrazia Cristiana in Sicilia nel dopoguerra. Io fui visto tra i fondatori della Democrazia Cristiana Italiana, ma avevo pure rifiutato la tessera del partito. Lei lo sa che nel 1963 fu condannato a due ergastoli, quale mandante dell’assassinio del Commissario di polizia di Agrigento Cataldo Tandoj, il segretario della Democrazia Cristiana di Raffadali, che di questo paese era anche il capomafia? Questa fu la DC in Sicilia.
ASASi: I Papi non furono particolarmente benevoli, con lei. Pio XI le impose di lasciare il Partito Popolare da lei fondato, perché ostile al Fascismo.
Luigi Sturzo: Fu duro accettare, ma risposi così: Beatissimo Padre, ho ricevuto comunicazione del desiderio di Vostra Beatitudine che io lasci senza indugio la segreteria politica del partito popolare italiano; e nella forma come mi è stato espresso il desiderio e per la testimonianza della pia e veneranda persona che me l’ha comunicato, debbo ritenere che si tratti di un comando. Ed al comando di V. B. io non posso che rispondere: obbedisco. Però non posso dissimulare che in un periodo nel quale sono state sciolte centinaia e centinaia di amministrazioni pubbliche popolari; quando le leghe sindacali o sciolte o rese impotenti o costrette a passare al fascismo e circoli e cooperative devastate, e persone innumerevoli martoriate e persino uccise, la possibilità di una difesa politica delle leggi umane e civili ha tenuto i nostri uomini ancora in piedi e il mio povero nome è servito a creare fiducia al partito, anche presso le popolazioni che vivono nel regime del terrore. Purtroppo, il ritiro sarà fatto passare come un’implicita sconfessione del partito popolare italiano. Tenderà a far credere che la Chiesa appoggi il governo fascista e il fascismo, i cui metodi, non solo nel campo politico, ma anche in quello etico sono per tante ragioni a riprovarsi.
ASASi: Cosa pensa della scuola paritaria oggi in Italia?
Don Luigi: Lei sa che la mia formazione, avvenuta nei seminari di Acireale, di Noto, e di Caltagirone, e alla Pontificia Università Gregoriana, è stata eccellente. Cosa vuole che le dica, se si tolgono gli istituti che vendono diplomi e che sono tollerati dai Ministri, a seguito di evidente opera di corruzione, le scuole Cattoliche hanno una loro storia e una loro dignità. Oggi, che le scuole statali sono in agonia, quelle cattoliche assolvono alla funzione di preparare le classi dirigenti. Naturalmente è strano che la Chiesa istruisca i ricchi invece dei poveri. Sono finiti i tempi di Don Milani e sono finiti i tempi in cui Gianni Agnelli frequentava il Liceo Carignano di Torino o Andreotti la scuola media Visconti di Roma. Ormai industriali, intellettuali e grandi dirigenti sfuggono alla scuola statale, sempre più piena di docenti poco preparati e poco motivati.
ASASi: Cosa pensa dell’articolo 18?
Don Luigi: Guardi, nella aeree industriali di Brancaccio, Termini Imerese e Carini, le aziende produttive si fermano a 15 dipendenti per non fare entrare il sindacato. Se hanno bisogno di altri operai, o assumono in nero, o subappaltano. Se si eliminasse l’art. 18 in queste aree di piccole e medie industrie l’occupazione raddoppierebbe il giorno seguente. Non è un caso che Camusso e Landini siano contro l’eliminazione della cassa integrazione straordinaria: loro prosperano sul conflitto e sull’attività di mediazione coi partiti. Chiusa la FIAT di Termini e pagati gli operai con la cassa integrazione loro sono a posto, hanno anche la riconoscenza dei lavoratori. Solo che così il Paese muore. Capisco che questi discorsi possano apparire reazionari, ma è proprio con l’articolo 18 e con questi sindacati che siamo arrivati in Sicilia a una disoccupazione del 27%, all’assenza di prospettive per i giovani, alla delocalizzazione all’estero del sistema produttivo. I sindacati ormai, con i Patronati, i CAF e i Centri di formazione professionale sono organicamente inseriti nel sistema clientelare siciliano e non hanno concreto interesse a migliorare la qualità dei servizi e del sistema produttivo. Hanno insegnato agli operai a odiare la fabbrica e ai pubblici impiegati a odiare i Governi.
Roberto Tripodi, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. , 3473904596
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